A Marghera, in un ufficio che fino a poco fa ospitava trentasette persone tra impiegati, quadri e un dirigente, oggi non lavora più nessuno. La filiale italiana di InvestCloud (società californiana attiva nel settore della tecnologia finanziaria, già nota come Finantix) ha infatti avviato una procedura di licenziamento collettivo che riguarda l’intera forza lavoro locale.

La comunicazione è stata inviata formalmente alle organizzazioni sindacali e alle associazioni di categoria prima ancora che i singoli dipendenti ricevessero notizia del loro destino. Il motivo dichiarato è che il modello operativo distribuito su base nazionale, con team locali che adattano i prodotti software alle esigenze dei clienti, non è più compatibile con la nuova architettura tecnologica del gruppo, orientata verso una piattaforma integrata basata sull’AI.

Quello che colpisce, però, è il contesto economico in cui questa scelta matura. InvestCloud Italy non era affatto un’azienda in difficoltà, considerando che il bilancio 2024 registrava un utile netto di 501mila euro e un fatturato di 9,9 milioni, cresciuto del 63% rispetto all’anno precedente. Eppure, la casa madre americana ha concluso che la sede veneziana era diventata “strutturalmente anti-economica e inefficiente”, avviando quello che definisce un “riallineamento strutturale” per (aggiungiamo noi) massimizzare i margini eliminando ciò che l’automazione può sostituire.

Per InvestCloud, questa transizione era già in corso da diciotto mesi, con tagli al personale registrati anche a Singapore, Londra e negli Stati Uniti, dove si trova il quartier generale di Los Angeles. L’obiettivo è concentrare le competenze tecnologiche in pochi centri globali, riducendo ridondanze e accelerando lo sviluppo attraverso soluzioni scalabili e replicabili su scala internazionale.

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I sindacati veneziani guardano alla vicenda con preoccupazione crescente. Michele Valentini, segretario generale della Fiom Cgil di Venezia, ha riconosciuto di trovarsi davanti a un’azienda che chiude non perché va male ma che si ristruttura perché va bene e che trova nell’intelligenza artificiale la giustificazione per fare a meno delle persone. Matteo Mansiero di Fim Cisl ha chiesto con urgenza nuove regolamentazioni capaci di arginare un fenomeno che rischia di estendersi a tutto il settore tecnologico. Il 19 marzo è previsto un incontro tra le parti, ma il margine di trattativa appare stretto.

Quello di Marghera non è però un episodio isolato, ma è la manifestazione locale di una tendenza globale che sta assumendo contorni sempre più definiti. L’11 marzo, lo stesso giorno in cui la notizia di InvestCloud occupava le pagine dei quotidiani italiani, l’azienda australiana Atlassian, specializzata in software per la produttività aziendale, ha annunciato il taglio di circa 1.600 dipendenti, pari al 10% della sua forza lavoro.

Il CEO Mike Cannon-Brookes ha inquadrato la decisione come una scelta strategica per riorientare gli investimenti verso l’intelligenza artificiale e le vendite enterprise, riconoscendo che le competenze richieste dal mercato stanno cambiando rapidamente. Anche in questo caso, il paradosso è evidente. Atlassian infatti aveva appena registrato il suo primo trimestre con ricavi cloud superiore al miliardo di dollari, con il prodotto Rovo AI che ha superato i cinque milioni di utenti attivi mensili.

Qualche settimana prima, era stato Jack Dorsey di Block a tagliare oltre 4.000 dipendenti, quasi la metà dell’intera forza lavoro del gruppo, indicando esplicitamente nell’automazione la causa principale. Oracle, intanto, si prepara a un’operazione ancora più massiccia. Secondo un report di TD Cowen, la società guidata da Larry Ellison starebbe valutando una riduzione del personale tra le 20.000 e le 30.000 unità, con l’obiettivo di liberare tra gli otto e i dieci miliardi di dollari di flusso di cassa libero da redirigere verso la costruzione di data center per l’AI.

Il tutto mentre Oracle ha già annunciato di voler raccogliere fino a 50 miliardi di dollari in debito ed equity per espandere la propria infrastruttura cloud, stringendo accordi con giganti come OpenAI, Meta e Nvidia. Ciò che emerge da questa sequenza è la fotografia di un settore tecnologico che ha deciso di scommettere in modo definitivo sull’automazione, riallocando capitali umani verso infrastrutture digitali. E, a ben vedere, il mantra di tante aziende tech che sentiamo da un paio d’anni (l’AI affiancherà i lavoratori, non li sostituirà) si sta rivelando qualcosa di molto simile a un bluff.

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