Ieri le principali Borse statunitensi hanno chiuso in calo, con il mercato che ha iniziato a interrogarsi sulla sostenibilità della corsa all’intelligenza artificiale dopo gli appelli di alcuni dei più importanti protagonisti del settore a rallentare lo sviluppo dei modelli avanzati.

A pagare il prezzo maggiore sono stati i titoli legati ai semiconduttori e all’infrastruttura necessaria per alimentare l’IA. Nvidia ha perso il 3,4%, Micron oltre il 5%, mentre Broadcom e AMD hanno lasciato sul terreno più del 4%. L’indice PHLX dei semiconduttori è arretrato del 5,9%, riducendo al 57% il guadagno accumulato dall’inizio dell’anno. Il segnale più importante per gli investitori non riguarda però una singola seduta di Borsa. Il timore è che le crescenti preoccupazioni sulla sicurezza dell’IA possano mettere in discussione almeno una parte degli enormi investimenti previsti in data center, GPU, networking e capacità di calcolo.

Il dibattito è stato rilanciato dalle dichiarazioni di Dario Amodei, CEO di Anthropic, che ha chiesto di rallentare lo sviluppo dei modelli frontier per creare più tempo per affrontarne i rischi. La posizione ha ricevuto il sostegno, tutt’altro che scontato, di Sam Altman di OpenAI ed Elon Musk. L’argomento non è più quindi confinato alla comunità degli esperti di sicurezza dell’IA. La possibilità che sistemi sempre più autonomi possano essere utilizzati per attacchi informatici, manipolazioni finanziarie o applicazioni biologiche sta entrando direttamente nel dibattito economico e politico.

Il termine “rallentamento” rischia però di essere interpretato in modo fuorviante. Amodei e Altman non stanno chiedendo di fermare l’intelligenza artificiale, sospendere ChatGPT o bloccare la ricerca. La richiesta riguarda se mai il ritmo di incremento delle capacità dei modelli frontier, ovvero dei sistemi più avanzati sviluppati da aziende come Anthropic, OpenAI, Google e xAI.

Amodei sostiene che le capacità dei modelli stanno crescendo più rapidamente della capacità delle aziende e dei governi di testarli e controllarne i rischi. Il suo obiettivo è quindi guadagnare tempo per introdurre sistemi di valutazione più rigorosi prima che nuove generazioni di modelli vengano sviluppate e distribuite. Tra le proposte figurano valutatori indipendenti incorporati nelle aziende, standard di sicurezza condivisi tra i laboratori e una maggiore cooperazione internazionale. Lo stesso Altman ha sostenuto l’idea di una cooperazione tra Stati Uniti e Cina su standard e test condivisi, proprio per evitare che eventuali misure di sicurezza americane producano soltanto un vantaggio competitivo per Pechino.

Per Wall Street la questione è particolarmente delicata perché la crescita dei titoli tecnologici è stata sostenuta proprio dalle aspettative sull’espansione dell’economia dell’IA. Un rallentamento significativo dello sviluppo potrebbe tradursi in una riduzione della domanda di infrastrutture e quindi mettere sotto pressione l’intera catena del valore.

usa cina ai

Crediti: Shutterstock

Il problema è che il concetto di “rallentamento” dell’AI assume un significato completamente diverso quando viene inserito nella competizione strategica tra Stati Uniti e Cina. Non a caso i media statali cinesi hanno reagito duramente alle proposte americane. Il Global Times, voce del sistema mediatico controllato da Pechino, ha definito l’appello di Amodei una sorta di “manuale della Guerra Fredda”, sostenendo che dietro la richiesta di maggiore sicurezza ci sarebbe anche il tentativo di limitare lo sviluppo tecnologico cinese attraverso controlli sui semiconduttori e barriere regolatorie.

La posizione cinese è quindi sostanzialmente opposta, nel senso che rallentare unilateralmente significherebbe lasciare spazio al concorrente. Ed è esattamente lo stesso argomento utilizzato dalla Casa Bianca. Donald Trump ha infatti respinto le richieste di rallentamento, definendo esagerati i timori sulla sicurezza e sostenendo apertamente che gli Stati Uniti devono mantenere la leadership tecnologica sulla Cina. Il presidente americano ha sintetizzato la propria posizione con un concetto molto netto, dicendo che chi vincerà la corsa all’IA conquisterà la leadership tecnologica globale.

È una contraddizione solo apparente. Da una parte alcuni dei principali sviluppatori chiedono più tempo per introdurre controlli, valutazioni indipendenti e garanzie di sicurezza, mentre dall’altra Washington considera l’IA una tecnologia strategica sulla quale non può permettersi di perdere terreno rispetto a Pechino. Il risultato è una corsa nella quale il rischio di rallentare può essere considerato quasi altrettanto pericoloso del rischio di accelerare.

Sul mercato ha pesato anche il rendimento del Treasury decennale salito temporaneamente oltre il 5%, livello che non veniva raggiunto dal 2023. Inflazione, elevato indebitamento pubblico e societario e dubbi sulla traiettoria fiscale americana stanno aumentando la pressione sui rendimenti. L’S&P 500 ha perso lo 0,48%, il Nasdaq lo 0,56% e il Dow Jones lo 0,29%, mentre il comparto tecnologico dell’S&P 500 è stato il peggiore tra quelli in calo, con una flessione dell’1,68%.

La partita sull’IA si intreccia quindi con quella monetaria e geopolitica. Mentre gli investitori iniziano a chiedersi quanto a lungo possa proseguire l’attuale ciclo di spesa, Washington e Pechino hanno incentivi sempre più forti a non rallentare. La vera incognita per il mercato riguarda quindi quale prezzo economico e geopolitico gli Stati Uniti e la Cina saranno disposti a pagare per arrivare primi nella corsa all’AI.

(Immagine in apertura: Shutterstock)