La Cina ordina la revoca dell’acquisizione di Manus da parte di Meta: cambiano le regole per gli investimenti?

C’è qualcosa di paradigmatico nella vicenda che vede Meta costretta a rinunciare all’acquisizione di Manus, la startup di agentic AI fondata da ingegneri cinesi e formalmente domiciliata a Singapore. Non è solo una questione di normativa sugli investimenti esteri o di tensioni geopolitiche tra Washington e Pechino (che giocano comunque un ruolo centrale nella vicenda), ma è anche la dimostrazione di un dilemma che la Cina fatica strutturalmente a risolvere: vuole che le sue aziende tecnologiche conquistino il mondo, ma non accetta che il mondo le conquisti.
Manus era entrata nel radar della Silicon Valley circa un anno fa, quando i suoi fondatori Red Xiao e Ji Yichao avevano presentato quello che descrivevano come il primo agente AI completamente autonomo al mondo. Un sistema capace di gestire task complessi con intervento umano minimo, dalla pianificazione di viaggi alla manipolazione di fogli di calcolo, con un livello di autonomia operativa che aveva colpito gli osservatori del settore. Meta aveva visto nell’acquisizione un’opportunità per accelerare il proprio posizionamento nell’agentic AI, un segmento che sta diventando sempre più il terreno di scontro principale tra i grandi player tecnologici globali.
Nelle scorse ore, la National Development and Reform Commission (l’organo di pianificazione economica statale cinese) ha però messo il veto all’acquisizione, limitandosi a richiamare generiche violazioni delle norme nazionali sugli investimenti esteri e della sicurezza nazionale. Meta aveva dichiarato che Manus avrebbe abbandonato completamente il mercato cinese senza lasciare alcuna partecipazione residua nel Paese, una condizione che avrebbe dovuto, in teoria, ridurre i motivi di preoccupazione di Pechino. Le autorità cinesi hanno ritenuto tale garanzia insufficiente e ora chiedono l’integrale revoca dell’operazione, con tanto di ipotesi di sanzione a carico di entrambe le parti qualora la separazione risultasse incompleta.
L’indagine del Ministero del Commercio cinese era stata avviata a gennaio, pochi giorni dopo la chiusura formale dell’accordo e il blocco arriva a poche settimane da un previsto vertice tra Donald Trump e Xi Jinping. La geopolitica non è mai lontana da queste dinamiche e l’AI ne è diventata il terreno più sensibile.
Il punto critico è che revocare un’acquisizione già integrata operativamente è un esercizio straordinariamente complicato. Non solo Meta aveva già incorporato Manus in alcuni dei propri strumenti interni, ma il codice, la proprietà intellettuale e le competenze delle persone coinvolte sono per loro natura difficili da “estrarre” da un’organizzazione in cui sono stati assorbiti. Rimangono aperti interrogativi sostanziali su come Meta recupererà i fondi dai precedenti investitori di Manus (tra cui figura il colosso cinese Tencent) e se anche queste partecipazioni debbano essere oggetto di revoca in base alla direttiva della NDRC.
Ai due co-fondatori, nel frattempo, è stato vietato di lasciare la Cina durante la fase di revisione normativa. Una misura che, al di là degli aspetti legali, solleva interrogativi seri sul trattamento riservato a chi ha costruito e ceduto tecnologia avanzata seguendo percorsi pienamente legali.
Anche per il mercato enterprise nel suo insieme questa vicenda ha un’implicazione diretta. Qualsiasi strategia di sourcing tecnologico che coinvolga startup con radici cinesi (indipendentemente dalla sede legale) da oggi dovrà infatti fare i conti con un livello di rischio regolatorio che fino a pochi anni fa era impensabile, con la conseguenza che pochi (o addirittura nessuno) rischierebbero di portare avanti un’acquisizione con la prospettiva che possa arrivare un ordine di revoca governativo anche quando l’accordo è già formalmente concluso.
(Immagine in apertura: Shutterstock)

