Il divario di percezione dell’AI tra manager e dipendenti, in uno studio IBM

Le aziende continuano a investire in intelligenza artificiale convinte che il vero vantaggio competitivo passi dalla velocità di adozione tecnologica. Eppure, nelle riunioni operative con manager, CIO e responsabili delle risorse umane, le domande più frequenti raramente riguardano modelli linguistici, infrastrutture cloud o potenza computazionale. Il nodo centrale è se mai come convincere le persone a fidarsi dell’AI, come evitare resistenze interne e soprattutto come trasformare strumenti ancora percepiti come minacce in leve concrete di crescita professionale e organizzativa.
Secondo il nuovo studio pubblicato da IBM Institute for Business Value, la tecnologia sta avanzando a una velocità superiore rispetto alla capacità di adattamento di lavoratori, manager e imprese, con il dato del nostro Paese che fotografa perfettamente questa tensione. Sebbene il 63% dei lavoratori dichiari di avere linee guida chiare sull’utilizzo dell’AI, il 71% ritiene che tali indicazioni siano già superate rispetto alla rapidità con cui stanno cambiando strumenti, processi e modalità operative.
Questo scarto dimostra che introdurre AI non significa aggiungere un nuovo software ai processi esistenti. Significa invece ridisegnare ruoli, competenze, sistemi decisionali e modelli di leadership e dove questo cambiamento non viene governato, l’intelligenza artificiale rischia di diventare un elemento di disorientamento organizzativo anziché un acceleratore di produttività.
Uno degli aspetti più critici emersi dallo studio riguarda il divario percettivo tra dirigenti e dipendenti. I manager raccontano aziende già trasformate dall’AI, mentre i lavoratori spesso vivono una realtà completamente diversa. Quasi due terzi dei dirigenti sostengono che l’intelligenza artificiale stia modificando ruoli e processi operativi, ma sul fronte opposto il 68% dei lavoratori italiani afferma di non sapere quali strumenti AI vengano utilizzati nella propria azienda, oppure di scoprirlo soltanto quando sono già stati introdotti.
Il problema si amplifica sul fronte della formazione. A livello globale, il 43% dei dipendenti dichiara di non ricevere alcun training specifico sull’intelligenza artificiale. In Italia la percentuale sale addirittura al 52%, una delle peggiori in Europa, e ancora più significativo è il fatto che soltanto il 41% dei lavoratori italiani affermi di essere stato preparato a riconoscere errori, allucinazioni o risultati problematici prodotti dall’AI.
Questo elemento è centrale perché modifica completamente il rapporto tra essere umano e sistema intelligente. Se i dipendenti utilizzano strumenti AI senza comprenderne limiti, bias e margini di errore, il rischio non è soltanto operativo ma culturale. L’organizzazione tende infatti a sviluppare una forma di dipendenza cognitiva dagli algoritmi, riducendo progressivamente capacità critica, autonomia decisionale e responsabilità individuale.
Non sorprende quindi che una parte crescente del dibattito si stia spostando sul concetto di sicurezza psicologica. Lo studio IBM evidenzia come molte persone non si sentano libere di mettere in discussione le risposte generate dall’intelligenza artificiale. In Italia, il 49% dei dirigenti ammette che i dipendenti esitano a esprimere dubbi sui risultati prodotti dai sistemi AI, mentre oltre metà dei lavoratori sostiene che colleghi e team accettino troppo facilmente le indicazioni dell’algoritmo.
Il tema della valutazione delle performance rappresenta un’altra grande area di tensione. Sempre più lavoratori percepiscono l’intelligenza artificiale come un fattore che rende meno visibile il contributo individuale e, in Italia, il 47% dei dipendenti ritiene che l’AI renda più difficile ottenere un riconoscimento equo del proprio lavoro.
È una percezione comprensibile se si pensa che i sistemi tradizionali di valutazione professionale sono stati costruiti in un contesto in cui produttività, competenze e risultati erano attribuibili quasi esclusivamente alle persone. Oggi invece molte attività vengono svolte in collaborazione continua con strumenti generativi, automazioni e assistenti intelligenti. Di conseguenza, diventa più complicato distinguere meriti, responsabilità e valore aggiunto umano.
I manager si trovano così schiacciati in una posizione sempre più complessa. Da un lato devono accelerare l’adozione dell’AI per rispondere alle pressioni competitive del mercato, mentre dall’altro sono chiamati a gestire ansie, burnout e ridefinizione dei ruoli professionali. Non a caso, il 42% dei lavoratori italiani dichiara di sentirsi già in forte stress per la velocità dei cambiamenti in corso.
Parallelamente cambia la natura stessa della leadership. Sempre meno controllo operativo, sempre più coaching, interpretazione strategica e gestione delle interazioni tra persone e sistemi intelligenti. Secondo IBM, entro il 2028 quasi metà del lavoro manageriale sarà concentrato su attività di accompagnamento decisionale e sviluppo delle competenze umane.
Le aziende che oggi riescono a ottenere i risultati migliori non sono necessariamente quelle con le piattaforme AI più sofisticate. Lo studio evidenzia infatti che le organizzazioni più mature si distinguono soprattutto per la capacità di costruire contesti umani coerenti con la trasformazione tecnologica. Definiscono regole chiare sull’utilizzo dell’AI, spiegano quando fidarsi degli algoritmi e quando invece esercitare controllo umano, investono in formazione continua e aggiornano i sistemi di valutazione professionale. I risultati sono concreti se consideriamo che IBM parla di una crescita dei ricavi fino al 73% superiore rispetto ai competitor meno maturi sul piano organizzativo.
Il quadro italiano, però, mostra ancora ritardi evidenti. Linee guida percepite come obsolete, formazione insufficiente, scarsa consapevolezza sugli strumenti utilizzati e difficoltà nel mettere in discussione le decisioni algoritmiche indicano che molte organizzazioni stanno affrontando l’AI come un aggiornamento software e non come una trasformazione strutturale del lavoro.
Ed è probabilmente qui che si giocherà la vera partita dei prossimi anni. Le aziende capaci di guidare questa transizione non saranno necessariamente quelle con più GPU, più dati o più automazioni, ma quelle che riusciranno a creare ambienti in cui persone e intelligenza artificiale possano collaborare senza distruggere fiducia, autonomia e capacità critica.
(Immagine in apertura: Shutterstock)


