Sull’IA open source, la Cina ha già vinto: Qwen di Alibaba è la più scaricata su Hugging Face

Quando l’LLM R1 di Deepseek debuttò all’inizio del 2025, l’attenzione mediatica globale fu enorme, ma secondo una nuova analisi pubblicata dallo Stanford Institute for Human-Centered Artificial Intelligence Deepseek non è che la punta più visibile di un arcipelago tecnologico molto più vasto e articolato. I ricercatori sostengono infatti che i modelli open-weight di origine cinese sono ormai una realtà ineludibile nel panorama competitivo globale dell’IA.
Qualche esempio? Nel settembre 2025, la famiglia di modelli Qwen di Alibaba ha superato l’ecosistema Llama di Meta come la più scaricata su Hugging Face, punto di riferimento mondiale per la condivisione di modelli e dataset. Tra agosto 2024 e agosto 2025, gli sviluppatori cinesi hanno inoltre rappresentato il 17,1% dei download totali, superando quelli statunitensi fermi al 15,8%. Ancora più impressionante è il predominio nei modelli derivati: sempre a settembre 2025, il 63% dei nuovi modelli fine-tuned nasceva su base cinese. In sostanza, le fondamenta dell’IA open source globale stanno sempre più parlando in mandarino.
Lo studio dell’università californiana ridimensiona quindi un mito ricorrente. Non è solo Deepseek a guidare l’innovazione dell’IA in “salsa cinese”, ma c’è anche un nucleo di aziende definite “tigre” (Z.ai, Moonshot AI, MiniMax, Baichuan AI, StepFun e 01.AI) che si è affermato come forza trainante della nuova generazione di modelli linguistici. A questo gruppo si aggiungono le grandi compagnie nazionali come Alibaba, Tencent, Baidu, Huawei e ByteDance. Emblematico è proprio il caso di Baidu, il cui amministratore delegato aveva più volte difeso il valore dei modelli chiusi, salvo poi cedere alla pressione del mercato e pubblicare la serie Ernie 4.5 a metà 2025, segnale della forza propulsiva dell’approccio open-weight.
Dal punto di vista tecnico, la distanza tra i migliori modelli cinesi e i colossi statunitensi come Google Gemini, xAI o OpenAI è in realtà minima. Nella classifica di Chatbot Arena, piattaforma di benchmarking globale, 22 modelli sviluppati da cinque laboratori cinesi si sono infatti piazzati davanti al miglior open model americano. Solo un attore non cinese (il francese Mistral) è riuscito a entrare nella top 25, confermando la sorprendente maturità dell’ecosistema orientale.
Dietro questo successo ci sono sia investimenti pubblici o accesso a risorse strategiche, sia una forma di efficienza forzata. Il blocco sulle esportazioni di chip IA imposto dagli Stati Uniti nell’ottobre 2022 ha costretto i ricercatori cinesi a ottimizzare al massimo i modelli, puntando su architetture mixture-of-experts capaci di offrire prestazioni elevate consumando meno potenza di calcolo. Questa direzione ha generato un vantaggio competitivo alternativo basato più sulla leggerezza dell’ingegno software che non sulla forza bruta dell’hardware.
A ciò si aggiunge una politica di licenze sempre più aperte, passate in pochi mesi da restrizioni commerciali a schemi come Apache 2.0 o MIT, senza limiti significativi di utilizzo o redistribuzione. Secondo i ricercatori, si tratta di una scelta strategica pensata per diffondere rapidamente la tecnologia e consolidarne l’influenza globale. È un approccio speculare, quasi opposto, rispetto alla tendenza americana a mantenere chiusi i modelli di punta.
Secondo i recenti dati di Epoch AI, la Cina mantiene un ritardo medio di sette mesi rispetto agli Stati Uniti nei modelli di frontiera, ma l’analisi suggerisce che il divario si stia progressivamente riducendo. Senza contare che la preferenza cinese per i modelli aperti potrebbe, col tempo, minare la dipendenza globale dalle API dei colossi americani e favorire un mercato più decentralizzato, dove la disponibilità e l’accessibilità contano più della prestazione assoluta.
Questo spiega perché l’adozione globale dei modelli open-weight cinesi sia esplosa. Singapore ha costruito il proprio modello nazionale sull’architettura di Alibaba Qwen, mentre Huawei integra componenti Deepseek nelle soluzioni cloud destinate ai paesi africani. Anche negli Stati Uniti cresce l’uso di modelli cinesi, con alcune startup che, attratte da costi più bassi e licenze permissive, hanno adottato sistemi Deepseek e Baichuan per le proprie piattaforme applicative. Paradossalmente, la stessa Meta ha recentemente acquisito una società, Manus, la cui infrastruttura IA si basa su modelli open cinesi.
La crescita di questi sistemi non è però priva di rischi. Il Center for AI Safety and Integrity del governo americano ha registrato una vulnerabilità ai tentativi di jailbreak dodici volte superiore rispetto ai modelli statunitensi, un dato che riflette la minore attenzione, in Cina, verso la “AI safety”. Inoltre, un’analisi di NewsGuard ha evidenziato che il 60% dei principali modelli cinesi tende a ripetere o non correggere affermazioni disinformative favorevoli alla narrativa di Pechino. Con la diffusione crescente di questi sistemi all’interno di aziende e piattaforme occidentali, il pericolo non è quindi solo tecnico ma diventa anche culturale e politico.
Il rapporto Stanford mette in guardia anche sul ruolo ambiguo del governo cinese. Pur avendo sostenuto formalmente lo sviluppo open source fin dal piano nazionale sull’intelligenza artificiale del 2017, Pechino da un lato favorisce la ricerca libera per ampliare la propria influenza, ma dall’altro è pronta a intervenire bruscamente in caso di rischi percepiti per la sicurezza nazionale. Deepseek, ad esempio, ha operato in autonomia fino al successo del modello V3, quando è giunto il riconoscimento politico diretto del premier Li Qiang. Successivamente, però, sono circolate notizie di restrizioni ai viaggi dei dirigenti dell’azienda, segnali che lasciano intendere un controllo statale sempre più attento.
Sul versante opposto, il trionfo di Deepseek ha avuto un effetto immediato sulla politica americana. Nel luglio 2025, Donald Trump ha definito l’R1 “un campanello d’allarme” e, nel mese successivo, la Casa Bianca ha inserito i modelli open-weight fra gli asset strategici dell’AI Action Plan. Poco dopo (sarà un caso?), anche OpenAI ha pubblicato per la prima volta in sei anni modelli con codice aperto, un gesto letto da molti analisti proprio come una risposta diretta alla pressione cinese.
(Immagine in apertura: Shutterstock)


