Anthropic si trova a fare i conti (e non è la prima volta) con un problema che mette in discussione le modalità con cui Claude gestisce la condivisione delle conversazioni. Diverse chat pubbliche generate attraverso la funzione di condivisione del chatbot, insieme ad applicazioni e contenuti creati con gli Artifacts, sono finite nei risultati di ricerca di Google, rendendo potenzialmente accessibili informazioni che gli utenti difficilmente immaginavano potessero diventare così facilmente rintracciabili.

Tra il materiale individuato figuravano documenti di natura estremamente delicata. Alcune segnalazioni parlano di un referto medico riconducibile a un paziente reale, materiale relativo a studi clinici, elenchi contenenti nomi e numeri di telefono di minori e perfino documentazione aziendale interna. Non è stato comunicato il numero complessivo delle conversazioni coinvolte, ma la varietà dei contenuti emersi dimostra come il problema non riguardi semplicemente chat di prova o conversazioni prive di valore, bensì dati che possono avere implicazioni concrete sul fronte della riservatezza.

La vicenda richiama inevitabilmente quanto accaduto nel settembre 2025, quando centinaia di conversazioni condivise tramite Claude comparvero improvvisamente nell’indice di Google prima di essere rimosse. Il fatto che una situazione analoga si sia ripresentata suggerisce che le modifiche introdotte dopo il primo incidente non siano state sufficienti, oppure che il modello di condivisione adottato da Anthropic continui a lasciare margini di ambiguità.

Uno degli aspetti più discussi riguarda infatti la comunicazione rivolta agli utenti. La documentazione ufficiale di supporto spiega che, creando un link pubblico, viene generata una fotografia della conversazione accessibile a “chiunque disponga del collegamento”. Viene inoltre specificato che il link può essere revocato in qualsiasi momento e che alcuni contenuti, come i file allegati o i dati recuperati attraverso strumenti esterni, non vengono inclusi nella versione condivisa.

Queste informazioni, tuttavia, non chiariscono il fatto che un collegamento pubblico, una volta pubblicato su un forum, un social network o qualsiasi altra pagina indicizzabile, può essere individuato dai motori di ricerca. In altre parole, la distinzione tra “chiunque possieda il link” e “chiunque possa trovarlo” non viene spiegata con sufficiente chiarezza, nonostante rappresenti una differenza sostanziale dal punto di vista della privacy.

La dinamica è stata evidenziata anche da alcuni utenti che hanno utilizzato specifici operatori di ricerca di Google per limitare i risultati esclusivamente al dominio utilizzato da Claude per le conversazioni condivise. In questo modo è stato possibile visualizzare numerose chat senza conoscere preventivamente gli URL, dimostrando come i collegamenti fossero stati effettivamente inseriti nell’indice del motore di ricerca.

Claude Cobol

Anthropic ha ribadito una posizione molto simile a quella già espressa durante il precedente incidente. Secondo l’azienda, i link condivisi non sono prevedibili né possono essere scoperti casualmente, a meno che gli utenti stessi decidano di pubblicarli. Inoltre, la società sostiene di non fornire ai motori di ricerca alcun elenco o sitemap dedicata alle conversazioni condivise.

Questa spiegazione, però, non affronta il nodo tecnico individuato da Daniel J. Glover, consulente britannico specializzato in compliance e sicurezza informatica. Analizzando il comportamento delle pagine, Glover ha rilevato una configurazione apparentemente contraddittoria. Claude invierebbe infatti ai motori di ricerca un’istruzione che ne vieta l’indicizzazione, ma allo stesso tempo il file robots.txt impedirebbe ai crawler di accedere alle pagine stesse. Il risultato è paradossale: se il motore di ricerca non può visitare la pagina, non riesce neppure a leggere l’istruzione che gli impedirebbe di inserirla nei risultati.

Si tratta di un dettaglio tecnico che può avere conseguenze significative. La documentazione di Google spiega infatti che bloccare la scansione di una pagina non equivale automaticamente a impedirne la presenza nell’indice. Un URL può comunque comparire nei risultati di ricerca se il motore ne viene a conoscenza attraverso collegamenti esterni, mentre il tag “noindex” produce effetti soltanto se il crawler riesce effettivamente ad analizzare la pagina. Secondo la ricostruzione di Glover, la configurazione contestata sarebbe stata introdotta nell’agosto 2025, pochi giorni dopo una controversia analoga che aveva coinvolto OpenAI. L’esperto non è riuscito a verificare se il tag “noindex” fosse presente fin dall’inizio, ma ritiene che proprio questa combinazione di istruzioni possa aver favorito il ripetersi dell’incidente.

Nel frattempo Google ha fatto sapere che spetta ai gestori dei siti decidere quali contenuti possano essere indicizzati e che il motore mette già a disposizione tutti gli strumenti necessari per controllare crawling e indicizzazione. Nel giro di poche ore le ricerche che restituivano le conversazioni di Claude hanno smesso di produrre risultati, segno che le pagine sono state rimosse oppure temporaneamente nascoste dall’indice. Resta però ignoto il metodo utilizzato per ottenere questo risultato. L’ipotesi avanzata da Glover è che Anthropic possa aver richiesto l’utilizzo dello strumento di rimozione temporanea di Google, una soluzione efficace nell’immediato ma limitata nel tempo. Se il problema strutturale non venisse corretto, gli stessi URL potrebbero tornare visibili una volta terminato il periodo di sospensione.

L’episodio conferma come la gestione delle conversazioni condivise rappresenti una criticità diffusa nel settore dell’intelligenza artificiale. Nel 2025 OpenAI eliminò la possibilità di rendere ricercabili le chat di ChatGPT dopo che erano emersi migliaia di collegamenti indicizzati, ma anche Grok di xAI fu interessato da una situazione analoga con centinaia di migliaia di conversazioni finite nei risultati di Google. La differenza più rilevante, nel caso di Claude, è che gli utenti non disponevano di un’opzione esplicita per autorizzarne l’indicizzazione, con la conseguenza che il semplice utilizzo di un link pubblico poteva trasformarsi, indirettamente, in una visibilità molto più ampia di quanto lasciasse intendere la documentazione ufficiale.

(Immagine in apertura: Shutterstock)