Apple e OpenAI si scontreranno sui dispositivi indossabili con IA?

Negli ultimi dodici mesi, OpenAI ha alimentato un’attenzione quasi ossessiva attorno al proprio ingresso nel mercato dell’hardware, un terreno che fino a poco tempo fa sembrava distante dalla sua identità di azienda software e di ricerca. L’acquisizione della startup io, fondata dall’ex responsabile del design Apple Jony Ive, ha rappresentato l’avvio di un percorso strutturato verso un prodotto fisico capace di incarnare una nuova idea di interazione con l’intelligenza artificiale.
A Davos, durante un panel organizzato da Axios, Chris Lehane, Chief Global Affairs Officer di OpenAI, ha confermato che il primo dispositivo proprietario è previsto per la seconda metà dell’anno. Sam Altman, già lo scorso novembre, aveva offerto una suggestione più filosofica che tecnica, parlando di un oggetto “più pacifico e calmo” rispetto allo smartphone.
Un’affermazione che va letta in controluce rispetto alla saturazione cognitiva prodotta dai dispositivi attuali dominati da schermi, notifiche e interfacce visive invasive. L’ipotesi di un device tascabile e privo di display si inserisce in una visione in cui l’IA è vista come una presenza discreta, sempre disponibile ma mai dominante.
Le indiscrezioni più recenti, provenienti da pubblicazioni asiatiche e da circuiti di leaker, suggeriscono che il primo prodotto OpenAI potrebbe assumere la forma di auricolari. Il nome in codice, “Sweet Pea”, tradisce un progetto ancora embrionale, ma alcuni dettagli tecnici delineano una direzione precisa. Si parla di un design radicalmente diverso dagli auricolari oggi in commercio e dell’adozione di un processore a 2 nanometri, una scelta che colloca il dispositivo all’avanguardia assoluta della miniaturizzazione. L’aspetto più rilevante riguarda però l’elaborazione in locale dei compiti di intelligenza artificiale, riducendo la dipendenza dal cloud e affrontando in modo diretto i temi di latenza, privacy e continuità di servizio.
Sul fronte industriale, OpenAI starebbe valutando partnership produttive in Asia, con Luxshare come opzione iniziale e Foxconn come possibile scelta definitiva. Entrambe le aziende sono pilastri della catena di fornitura dell’elettronica di consumo globale e le ambizioni dichiarate da OpenAI, con un obiettivo di 40-50 milioni di unità nel primo anno, collocano il progetto su una scala che presuppone un’immediata diffusione di massa e produttori in grado di garantirla.
La mossa va letta anche come risposta a un limite strutturale dell’attuale modello di distribuzione di ChatGPT. Pur contando quasi un miliardo di utenti settimanali, OpenAI dipende oggi da piattaforme e sistemi operativi di terzi. Un dispositivo proprietario consentirebbe un controllo molto più profondo sull’esperienza utente, sull’evoluzione delle funzionalità e sull’introduzione di caratteristiche esclusive, pensate fin dall’origine per un’interazione vocale e contestuale.
Resta però il nodo dell’integrazione. Gli auricolari sono diventati un’estensione naturale degli ecosistemi software dominanti, in particolare quello Apple. Sostituire prodotti come gli AirPods nelle abitudini quotidiane degli utenti richiede un livello di integrazione con i sistemi operativi che OpenAI, almeno per ora, non possiede. Senza infatti un accesso privilegiato alle API di iOS o Android, il rischio è quello di offrire un’esperienza percepita come incompleta, per quanto tecnologicamente avanzata.
Il contesto di mercato non è poi incoraggiante per chi cerca di lanciare un “AI device” rivoluzionario. Negli ultimi anni, si sono susseguiti annunci ambiziosi e risultati deludenti. Humane AI Pin è finito rapidamente nell’orbita di HP dopo un’accoglienza tiepida, Rabbit ha faticato a mantenere la promessa iniziale e il progetto Friend, una collana con ambizioni di compagnia digitale, è stato travolto dalle critiche per le sue strategie di comunicazione. Questi precedenti dimostrano quanto sia complesso tradurre l’IA generativa in un oggetto desiderabile e realmente utile.
Allo stesso tempo, i grandi gruppi tecnologici non stanno a guardare. Meta, con gli occhiali Ray-Ban potenziati dall’IA, sta ampliando progressivamente funzioni e volumi, al punto da incontrare limiti produttivi. Amazon, con l’acquisizione di Bee, sta esplorando il territorio dei registratori intelligenti per riunioni aprendo scenari che vanno oltre l’ambito professionale.
C’è poi Apple, che secondo quanto riportato da The Information, sta lavorando a un device IA indossabile simile a una spilla. Il dispositivo, che essendo nelle primissime fasi di sviluppo potrebbe ancora essere cancellato, dovrebbe assomigliare a un AirTag leggermente più spesso e includere più telecamere, uno speaker, microfoni e ricarica wireless.
La notizia coincide con un’altra riportata da Bloomberg, secondo cui Apple rivedrà Siri trasformandolo in un chatbot in stile ChatGPT. Se si considera anche il recente annuncio che Gemini alimenterà l’intelligenza artificiale di Siri, sembra che Apple stia finalmente facendo una mossa più definita per conquistare una fetta del mercato dell’IA generativa che finora le è mancata.
Il pin è descritto come un disco sottile, piatto e circolare con un esterno in alluminio e vetro. Include due fotocamere (standard e grandangolare) per scattare foto e registrare video dell’ambiente circostante dell’utente. Considerando il modo in cui Apple si presenta come un’azienda attenta alla privacy, sarà interessante vedere come l’azienda presenterà al pubblico quello che sembra un dispositivo di registrazione in incognito.
The Information afferma che Apple potrebbe rilasciare il suo pin AI già nel 2027 e prevede di produrne circa 20 milioni di unità al momento del lancio.
(Immagine in apertura: Shutterstock)

