All’evento Imagine, HP ha presentato IQ, soluzione con cui l’azienda tech USA tenta di ritagliarsi uno spazio distintivo nel mercato emergente degli “AI PC”, proponendo una piattaforma che combina elaborazione locale, collaborazione e integrazione hardware. In un panorama già popolato da assistenti come Apple Intelligence, Google Gemini e Microsoft Copilot, l’approccio di HP punta alla collocazione del modello direttamente sul dispositivo, con un forte legame all’ecosistema aziendale.

HP IQ si articola in tre componenti principali:

  • Un modello linguistico locale, basato su gpt-oss-20b, che può essere interrogato in modalità conversazionale o utilizzato per analizzare documenti
  • Un agente per le riunioni progettato per registrare, sintetizzare e generare azioni a partire da incontri in presenza
  • NearSense, una tecnologia di prossimità che abilita interazioni automatiche tra dispositivi e utenti nello stesso spazio fisico

Come già accennato, l’elemento più rilevante dal punto di vista architetturale è la scelta di eseguire gran parte dell’elaborazione in locale. Questo implica requisiti hardware non trascurabili (almeno 24 GB di RAM e l’utilizzo di AI PC come quelli delle nuove gamme EliteBook e ProBook 2026), ma secondo HP spostare l’IA sul dispositivo riduce la dipendenza dal cloud, migliora la latenza e, almeno in teoria, rafforza il controllo sui dati sensibili.

hp iq

Durante le dimostrazioni, il sistema ha mostrato capacità tipiche dei moderni LLM, come l’analisi di documenti complessi e la generazione di sintesi strutturate. Tuttavia, il valore aggiunto emerge quando queste funzioni vengono integrate nel contesto operativo quotidiano. L’utente non si limita infatti a interrogare un modello, ma lo utilizza come estensione delle proprie attività, con accesso diretto ai file e agli strumenti locali.

Il modulo dedicato alle riunioni introduce una dimensione più controversa. La possibilità di registrare incontri in presenza tramite i microfoni del laptop e generare automaticamente riepiloghi e azioni rappresenta un evidente vantaggio in termini di produttività. Allo stesso tempo però solleva interrogativi legati alla trasparenza e al consenso, tanto che la stessa HP sottolinea la necessità di ottenere autorizzazioni esplicite (la mancanza di segnali evidenti per i partecipanti rende però il tema tutt’altro che marginale).

 

NearSense, invece, si colloca in una traiettoria più orientata all’integrazione ambientale. Utilizzando segnali come Wi-Fi, Bluetooth e input acustici, il sistema è in grado di determinare la presenza degli utenti in uno spazio condiviso. Questo consente operazioni come la condivisione immediata di file tra colleghi o l’accesso automatico a sistemi di videoconferenza HP Poly semplicemente entrando in una stanza.

La precisione dichiarata del sistema, capace di distinguere tra presenza effettiva e prossimità esterna a una stanza, suggerisce l’uso di modelli di mappatura ambientale, aprendo a scenari più ampi (già inclusi nella roadmap triennale dell’azienda) come stampa automatica su dispositivi vicini, associazione immediata con periferiche audio e proiezione su schermi condivisi.

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Un aspetto strategico riguarda la compatibilità futura con dispositivi Android, che amplierebbe significativamente l’ecosistema e permetterebbe di estendere le funzionalità di prossimità oltre il PC. In questo modo, HP tenta di costruire un’infrastruttura distribuita, in cui l’intelligenza locale diventa un layer trasversale tra dispositivi diversi.

Resta però da capire quanto valore aggiunga HP IQ rispetto a soluzioni già disponibili. Strumenti come Ollama consentono di eseguire modelli locali con una certa flessibilità, anche se richiedono competenze tecniche maggiori. HP punta invece sulla semplicità d’uso e sull’integrazione nativa, riducendo la complessità per l’utente finale.

Questa scelta potrebbe rivelarsi particolarmente efficace nel segmento delle piccole e medie imprese, dove le risorse IT sono limitate e la facilità di implementazione rappresenta un fattore critico. Allo stesso tempo, la dipendenza da un modello specifico implica la necessità di aggiornamenti continui per mantenere competitività rispetto a un ecosistema AI in rapida evoluzione.

HP ha inoltre annunciato  una nuova generazione di workstation HP Z e soluzioni di intelligenza artificiale, progettate per fornire ai migliori professionisti del mondo la potenza di calcolo più elevata aiutando al contempo i reparti IT a modernizzare la propria infrastruttura in vista di un futuro ibrido.

HP Z8 Fury è progettata per soddisfare i carichi di lavoro di elaborazione e IA più esigenti, con supporto per un massimo di quattro GPU NVIDIA RTX PRO 6000 Blackwell Max-Q e processori Intel per workstation di nuova generazione. Questa workstation è stata appositamente realizzata come host GPU ad alte prestazioni per lo sviluppo avanzato di IA, effetti visivi e carichi di lavoro di simulazione.

HP ZBook 8 G2i

HP ZBook 8 G2i

Il nuovo pannello laterale HP Max per workstation Z8 Fury e Z4 è invece un espansore dello chassis che aumenta il volume interno del 15%. Consente agli utenti esperti e al reparto IT di installare schede grafiche più grandi senza l’uso di attrezzi, mantenendo le prestazioni termiche e la facilità di manutenzione approvata dall’IT.

Infine, HP ha annunciato le ZBook X G2i (16 pollici), ZBook 8 G2i (14 e 16 pollici) e ZBook 8G2a (14 e 16 pollici), workstation mobili sottili e leggere che offrono prestazioni di workstation AI di nuova generazione che includono opzioni AMD e Intel, memoria scalabile e una maggiore portabilità senza sacrificare la durata della batteria.