Gli sviluppatori che operano sull’ecosistema Next.js tornano a essere un bersaglio privilegiato di campagne malevole che sfruttano repository apparentemente legittimi. L’allerta arriva da Microsoft, che ha documentato una serie di compromissioni riconducibili a progetti open source manipolati con finalità offensive. Il tratto comune delle varianti analizzate è l’esecuzione in-memory di codice JavaScript ostile, progettata per ridurre al minimo le tracce persistenti sul filesystem e complicare le attività di incident response.

La sofisticazione dell’attacco non risiede tanto nell’exploit di vulnerabilità zero-day, quanto nell’ingegneria sociale e nell’integrazione del payload all’interno del flusso di lavoro ordinario dello sviluppatore. I repository vengono presentati come esercitazioni tecniche per colloqui di lavoro, inducendo i candidati a clonarli e a eseguirli in ambienti ritenuti sicuri. In realtà, la logica malevola è predisposta per attivarsi durante operazioni consuete come l’avvio del server di sviluppo o l’apertura del progetto in un editor.

Uno dei vettori individuati sfrutta le funzionalità di automazione del workspace di Visual Studio Code. Nel momento in cui lo sviluppatore apre e considera attendibile il progetto, script opportunamente predisposti vengono caricati e innescano il recupero di un loader JavaScript remoto. Tale componente viene poi eseguita tramite Node.js, stabilendo una prima comunicazione con infrastrutture di comando e controllo gestite dagli attaccanti.

Altri percorsi di infezione si manifestano quando la vittima esegue il classico comando npm run dev oppure avvia direttamente il server di sviluppo. In questi casi, il codice dannoso è incorporato in asset frontend alterati o in librerie modificate, così da richiamare dinamicamente il loader remoto. Esistono varianti che attendono l’inizializzazione del backend e, in questi casi, moduli pre-caricati intercettano la fase di bootstrap dell’applicazione e attivano la catena di compromissione al momento dell’importazione o dell’avvio del server.

Cloudflare zero trust

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Indipendentemente dal punto di attivazione, la sequenza operativa converge su un obiettivo tecnico ben definito. Il dispositivo viene registrato presso l’infrastruttura avversaria, il loader JavaScript viene eseguito in memoria e viene instaurato un canale persistente verso un server C2 dedicato. In una fase successiva, attraverso un differente indirizzo IP e un set di API separato, il controller recupera un array di task JavaScript che vengono interpretati da un’istanza Node secondaria. Questa architettura modulare limita gli artefatti su disco e rende più complessa l’analisi forense.

L’impatto potenziale è significativo, soprattutto in ambienti di sviluppo che trattano codice proprietario e credenziali sensibili. L’esecuzione di task dinamici consente infatti l’esfiltrazione di repository, chiavi API, token di accesso a servizi cloud e configurazioni interne. In un contesto enterprise, la compromissione di una singola workstation di sviluppo può trasformarsi in un punto di accesso privilegiato verso pipeline CI/CD, ambienti di staging e infrastrutture produttive.

Un ulteriore elemento di resilienza dell’impianto malevolo è la capacità del controller di ruotare identificativi e parametri di comunicazione. Questa tecnica riduce l’efficacia delle soluzioni anti-malware basate su firme statiche e complica l’individuazione di pattern anomali da parte dei team SOC. Sono previsti anche meccanismi di kill switch e comandi di shutdown, utili per interrompere l’attività qualora emergano segnali di rilevamento.

Il quadro delineato impone una riflessione strategica sulla superficie d’attacco rappresentata dai workflow di sviluppo. Strumenti come npm e piattaforme di hosting del codice quali GitHub costituiscono snodi critici della supply chain software contemporanea e l’integrazione continua di dipendenze terze, unita all’abitudine a testare rapidamente progetti esterni, amplia l’area esposta a manipolazioni.

Dal punto di vista difensivo, l’attenzione deve spostarsi su telemetria avanzata e visibilità comportamentale. Esecuzioni Node inattese, connessioni outbound verso endpoint non classificati e attività di discovery o upload originate da macchine di sviluppo rappresentano indicatori da correlare con priorità elevata.