Alla conferenza stampa italiana di ESET, il Threat Report H1 2026 e una survey internazionale condotta su oltre 4.400 PMI convergono su un punto che ridimensiona parte dell’allarme sui modelli di intelligenza artificiale più avanzati: il malware generato dall’AI è la minaccia che le aziende temono di più, ma non quella che le colpisce più spesso. A prevalere resta il phishing, la tecnica più antica del social engineering, semplicemente resa più efficace dagli strumenti generativi. In Italia, poi, la fiducia dichiarata nella capacità di resistere a un attacco convive con una protezione reale ancora lontana dall’essere completa.

Threat Report H1 2026: l’AI accelera, non inventa

Samuele Zaniboni, Manager of Sales Engineering di ESET Italia, ha presentato i dati del Threat Report relativo al periodo dicembre 2025-maggio 2026. Il messaggio di fondo è che “L’AI non ha creato nuove tipologie di malware particolarmente pericolosi, ma ha velocizzato le tipologie di attacchi già esistenti, rendendo capaci di sfruttarla anche attaccanti non particolarmente preparati”.

L’IA scopre però il fianco della aziende a un nuovo tipo di vulnerabilità, che riguarda le skill, i componenti che istruiscono gli agenti AI su quali strumenti usare e quali dati consultare: ESET ne ha analizzate quasi 900.000. Di queste, circa 25.000 sono state classificate come sospette e oltre 3.000 come apertamente malevole, spesso perché integrano strumenti di hacking di terze parti.

Sul fronte social engineering, il report segnala un raddoppio tra il secondo semestre 2025 e il primo del 2026 delle rilevazioni di ClickFix, una tecnica di social engineering che mostra alla vittima un falso errore software (un errore di sistema, un CAPTCHA che non si sblocca, un documento che non si apre…)  e le propone una soluzione rapida da eseguire manualmente, in genere copiando e incollando un comando nel terminale o nella finestra “Esegui” di Windows. La nuova variante AI-fix  sfrutta pagine costruite ad arte su domini di servizi AI legittimi per convincere le vittime a eseguire comandi dannosi spacciati per istruzioni generate da un chatbot.

Sul ransomware, il quadro è duplice: gli attacchi crescono ancora, ma la quota di vittime disposte a pagare il riscatto è ai minimi storici. “C’è una maggiore consapevolezza delle aziende verso questa tipologia di attacchi: i backup sono più efficaci, e c’è anche la decisione di non seguire la strada del pagamento, con la speranza di riavere il dato, per poi magari essere ricompromessi”, ha spiegato Zaniboni.

Di riflesso, gli attaccanti puntano sempre più sugli EDR killer, strumenti pensati per disattivare le difese prima di far partire il payload: ESET ne traccia oltre cento in uso reale, la maggior parte basati sulla tecnica BYOVD (Bring Your Own Vulnerable Driver). Chiude il quadro PromptSpy, il malware Android – erede concettuale di PromptLock, individuato nel 2025 – che interroga Gemini in tempo reale per orientarsi sull’interfaccia del dispositivo compromesso.

Agenti AI: la superficie d’attacco cresce più veloce della governance

Michal Jankech, Global VP Enterprise, SMB & MSP di ESET, ha inquadrato il tema degli agenti autonomi come il vero salto di paradigma: a differenza di un chatbot, un agente può agire – inviare email, eseguire pagamenti, lanciare script – senza che un essere umano validi ogni singolo passaggio. Da qui l’esigenza di una governance specifica, sul modello di quanto già esiste per cloud (CSPM) o endpoint (ITDR).

La risposta di ESET passa da un investimento da 40 milioni di euro annunciato quest’anno, distribuito su tre direttrici: modelli AI fondazionali sviluppati internamente invece di dipendere unicamente dai grandi player, un impianto di sicurezza a strati per proteggere le comunicazioni tra agenti e con gli LLM, e una nuova generazione di AI SOC per l’analisi della telemetria. ESET è inoltre tra i primi fondatori di un’iniziativa di settore su protocolli aperti e interoperabilità per l’AI agentica. Da settembre, secondo quanto annunciato, i prodotti ESET integreranno funzionalità dedicate al controllo di coerenza delle skill agentiche, al monitoraggio comportamentale degli agenti e alla scoperta di Shadow AI, cioè di applicazioni agentiche generate autonomamente da altri agenti senza che l’organizzazione ne sia consapevole.

Il paradosso della paura: si teme l’AI, ma a colpire è il phishing

Un quadro curioso emerge dalla survey SMB Cyber Readiness Index, condotta da ESET su oltre 4.400 PMI nel mondo: interrogate sulla minaccia che temono di più, le aziende indicano il malware generato dall’AI. Ma alla domanda su quale tipo di attacco abbiano effettivamente subito, la risposta più frequente resta il phishing, oggi reso più insidioso proprio dall’uso generativo nella scrittura delle email o nella clonazione di voce e video, ma pur sempre una tecnica di manipolazione umana, non una novità tecnologica in sé.

Il sondaggio conferma anche un’adozione dell’AI in azienda superiore al 70%, più marcata negli Stati Uniti che nell’Europa dell’Est, a fronte di un 75% di organizzazioni che la considera comunque un fattore di rischio aggiuntivo. Il salto logico si perde però sulle contromisure: pochissime aziende hanno messo in campo policy strutturate, e quando le hanno, spesso si riducono – secondo quanto raccontato da Jankech – al semplice divieto di utilizzare ChatGPT sui dispositivi aziendali, una misura che si scontra con la realtà dei dispositivi personali sempre connessi.

Sulla fiducia nel superare un incidente informatico, il confronto tra aree geografiche è netto: negli Stati Uniti il 45% delle aziende si dice estremamente fiduciosa, complice una maggiore diffusione della cyber insurance, spesso richiesta come requisito contrattuale dai clienti stessi. In Italia la fiducia dichiarata si attesta intorno al 70%, un dato che va però interpretato con cautela.

Italia: consapevolezza in crescita, protezione reale ancora indietro

Fabio Buccigrossi, Country Manager di ESET Italia e VP of South West Europe Sales, ha offerto una lettura sul campo di quella fiducia dichiarata. “Quando chiediamo a un cliente italiano se utilizzi strumenti e processi per la protezione del dato, la risposta è: ‘siamo a posto’. Poi facciamo nove domande in più e alla terza o alla quarta si rendono conto che forse non erano proprio così pronti”, ha raccontato. Solo una minoranza delle aziende interpellate da ESET monitora davvero le proprie infrastrutture 24 ore su 24: “Il 10% forse oggi monitora H24 le proprie infrastrutture. I SOC che lo fanno davvero si contano sulle dita di una mano”, ha aggiunto Buccigrossi, sollevando anche il tema di fornitori che rivendicano un SOC operativo ma senza che questo copra anche coprire il fine settimana.

Le cause, secondo Buccigrossi e Zaniboni, sono in parte strutturali: anni di riduzione dei team IT interni nelle PMI italiane hanno lasciato le aziende senza le competenze verticali necessarie a valutare davvero il proprio livello di esposizione, spingendole a esternalizzare la sicurezza senza però investire nella parte di monitoraggio continuo, spesso la più costosa. La normativa NIS2 avrebbe accelerato la sensibilizzazione più che la reale prontezza: le aziende si adeguano ai requisiti minimi di conformità, senza che questo coincida con un’effettiva capacità di difesa.

Canale e MSP: spiegare un prezzo che si moltiplica per cinque

Sul fronte del canale, Buccigrossi segnala un vuoto di offerta reale sul mercato italiano: molti Managed Service Provider non sono oggi in grado di garantire un servizio di monitoraggio H24 davvero continuativo sulle infrastrutture dei clienti gestiti. ESET propone una console MSP con funzionalità MDR integrate nativamente, differenza che l’azienda rivendica rispetto a soluzioni concorrenti che richiedono un contratto separato tra vendor e utente finale.

Resta però un nodo commerciale non banale: passare da una protezione endpoint di base a un servizio di monitoraggio strutturato comporta, secondo le stime discusse in conferenza, un aumento di costo di 5-6 volte rispetto all’antivirus tradizionale. Un salto che gli uffici acquisti faticano ad accettare senza una spiegazione chiara del perché sia necessario.

Cultura aziendale e sovranità del dato

Un ultimo filone riguarda il cambio di interlocutore all’interno delle aziende: non più solo il responsabile IT, ma sempre più spesso le risorse umane, coinvolte nella formazione degli utenti finali attraverso prodotti come ESET Cybersecurity Awareness Training, basato su campagne di phishing simulato. Sul tema, distinto ma collegato, della sovranità del dato, i relatori hanno riconosciuto che l’interesse crescente delle aziende europee verso soluzioni cloud e infrastrutture su territorio UE nasce da una combinazione di fattori: da un lato una genuina preoccupazione su governance e accesso ai dati da parte di normative extra-UE; dall’altro – lo ha ammesso lo stesso Buccigrossi – anche una componente di tendenza del momento, alimentata dal clima geopolitico più che da un’analisi tecnica sistematica caso per caso.

Resta un’ultima domanda aperta: se il rischio percepito si concentra sui modelli di frontiera e sulle minacce più sofisticate, ma la stragrande maggioranza dei danni reali continua a passare da un’email di phishing o da un backup mancante, quanto delle risorse messe in campo dalle aziende italiane sta davvero colmando il divario tra percezione e protezione effettiva?

(Nella foto di apertura, da sinistra: Michal Jankech, Global VP Enterprise, SMB & MSP di ESET; Fabio Buccigrossi, Country Manager di ESET Italia e VP of South West Europe Sales; e Samuele Zaniboni, Manager of Sales Engineering di ESET Italia)