Arriva in questi giorni anche a Milano, giusto in tempo per l’Expo, la soluzione che promette di offrire ai tassisti le stesse armi del loro temutissimo concorrente. MyTaxi ha infatti già ottenuto il favore di circa 200 professionisti, soprattutto indipendenti, del capoluogo lombardo e se ne prevede una rapida espansione come già avvenuto in altre città d’oltralpe.
Tra i due contendenti quello che salta all’occhio è la diversa logica di business, con MyTaxi più rispettoso dell’esistente a cui la carica disruptive di Uber sembra però aver spianato la strada. Da una parte c’è l’ammodernamento indispensabile, senza celebrare la distruzione di un mercato e di una categoria di lavoratori in nome del progresso, dall’altra la logica p2p che assicura risparmi e guadagni facili, ma comporta qualche rischio di mancanza di regole, garanzie e controlli. Con questo non vogliamo dire che Uber non sia una soluzione valida e non possa essere regolamentata come accade negli Usa, ma è evidente che l’approccio alla Napster paga di più all’inizio, quando si inserisce in un mercato vecchio, paralizzato e incapace di soddisfare le nuove esigenze, ma dovrebbe addomesticare la sua natura ribelle quando ormai il seme del cambiamento ha germogliato.

Come funziona MyTaxi

Dietro la nuova app c’è una società con sede ad Amburgo recentemente acquisita al 100% dalla Daimler, proprietaria della Mercedes e del brand di car sharing Car2Go. Questo, insieme al fatto che il servizio è già attivo in 40 città come Madrid, Berlino, Zurigo e Washington DC, e vi sono iscritti oltre 45 mila tassisti con regolare licenza, la dice lunga sulle ambizioni del progetto.
Gli elementi chiave dell’app sono la geolocalizzazione del cliente e del taxi, la prenotazione, la valutazione dei conducenti e, da parte del tassista, dei clienti, ma soprattutto la possibilità di pagare la corsa attraverso la registrazione di una carta di credito sullo smartphone.
Questo supererebbe la grave limitazione italiana dei molti taxi privi di Pos.
Il fatto che il servizio sia riservato esclusivamente a chi ha una regolare licenza rappresenta però il principale ostacolo alla sua diffusione nel nostro Paese. Va infatti in diretta concorrenza con i servizi radiotaxi a cui sono iscritti gran parte dei conducenti di auto pubbliche italiane, che richiedono l’esclusiva e puntano a creare app apparentemente simili, come Taxiyoo o it Taxi, ma ancora afflitte da mille limitazioni.
Al contrario la app di Daimler punta tutto sulla massima semplicità, come del resto Uber, permettendo di registrarsi e chiamare un taxi con pochi tap.
Per spingere il servizio, peraltro, MyTaxi pagherà metà delle corse fino al 17 maggio, e non pretenderà alcuna commissione dai tassisti fino a tutto settembre.

Quello che vuole il cliente

La differenza tra Uber e MyTaxi può essere assimilata a quanto accaduto nella prima era della musica digitale con Napster e iTunes, ed è a sua volta l’antipasto di quello che sta avvenendo in tutti gli altri settori dei servizi al pubblico. Certo Uber Pop è più conveniente, ma è destinato a incontrare resistenze sempre maggiori. E tra Napster e iTunes tutti sappiamo bene come è andata a finire.

La morale è che quello di MyTaxi può essere un modello di scivolo morbido verso il cambiamento, sempre che le resistenze corporative non erigano un muro anche davanti a queste novità, ancorandosi alla vecchia telefonata e al pagamento diretto all’autista e lasciando così libero spazio alle iniziative al limite della legalità.
Perché quello che oggi conta davvero, e in ogni business si dovrebbe capirlo, è la necessità di coinvolgere il cliente, che pretende la massima semplicità e comodità con molta più determinazione di quanto non richieda il prezzo più basso in assoluto.