“Da quando sono l’amministratore delegato di questa azienda non ho avuto alcuna discussione con funzionari del governo cinese. Non mi risulta ci sia nessuna prova che il governo cinese abbia accesso ai dati degli utenti. Non ce li hanno mai chiesti, non li abbiamo forniti”. Così si è espresso Shou Zi Chew, CEO di TikTok (e della società cinese ByteDance che ne è proprietaria) nell’audizione che ha avuto i giorni scorsi davanti al Congresso degli Stati Uniti nell’estremo tentativo di evitare il ban dell’applicazione sull’intero territorio statunitense proprio a causa dei forti dubbi nati all’interno dell’Ente governativo riguardo alla gestione dei dati personali dei 150 milioni di utenti USA.

“Per assicurare tutti i presenti e tutti i nostri utenti americani ci impegniamo a spostare i loro dati negli Stati Uniti – ha precisato Shou Zi Chew – in modo che possano essere conservati sul suolo americano, presso un’azienda americana supervisionata da personale americano. L’azienda a cui si riferisce Shou Zi Chew sarebbe Oracle, che dovrebbe essere quindi coinvolta in quello che TikTok chiama Project Texas, progetto da 1,5 miliardi di dollari che ha l’obiettivo di portare tutti i dati dei 150 milioni di utenti USA su server dislocati proprio in Texas. L’iniziativa è sicuramente rimarchevole, però deve essere ancora approvata dal Committee on Foreign Investment in the United States (Cfius). Tuttavia, non sembra abbia sortito l’effetto sperato perché i dubbi sui dati sono comunque rimasti. Non solo. Diversi esponenti del Congresso non hanno nemmeno visto di buon occhio l’uso della parola Texas e hanno chiesto di modificare il nome perché, come ha sottolineato deputato texano August Pfluger, “in Texas si sostiene la libertà e la trasparenza e non vogliamo avere nulla a che fare con questo progetto”.

PCC e sicurezza nazionale

In realtà, il Congresso ha focalizzato l’attenzione su due ordini di problemi, che sono stati chiaramente definiti minacce. In primo luogo, la privacy e la sicurezza dei dati. Tutte le piattaforme di social media raccolgono enormi quantità di informazioni per costruire profili di utenti che siano più precisi possibile. TikTok sfrutta un algoritmo particolarmente efficiente che può realmente capire cosa si vuole guardare, cosa piace e cosa non piace.

La seconda preoccupazione espressa dal Congresso, forse ancor più rilevante della precedente, è che il Partito Comunista Cinese (PCC) possa influenzare gli utenti della piattaforma tramite gli algoritmi usati che prendono costantemente decisioni su quali contenuti proporre, quando e perché. Secondo quanto riportato da The Guardian, TikTok sarebbe visto come uno strumento che è parte della guerra cognitiva messa in atto dalla Cina e che ha la mente umana come campo di battaglia. In tal senso, il suo scopo è modellare le convinzioni e le preferenze della vasta base di utenti, raccogliendo dati e sviluppando profili psicogeni degli utenti stessi. L’algoritmo di TikTok ha il potere di plasmare l’opinione pubblica e di sfruttare i dati per modellare preferenze, pregiudizi e convinzioni.

“È qui che entrano in gioco i veri problemi di sicurezza nazionale che distinguono TickTok dalle piattaforme di social media a cui siamo abituati e che hanno sede in Paesi democratici”, ha affermato in un’intervista a DW News Lindsey Gorman, Senior Fellow for Emerging Technologies presso l’organizzazione no-profit Alliance for Securing Democracy.

A tale riguardo la Gorman ha ricordato come la deputata Kat Kamik della Florida abbia attaccato esplicitamente Shou Zi Chew dicendo: “Vi aspettate che crediamo che siate in grado di mantenere la sicurezza dei dati, la privacy e la sicurezza di 150 milioni di americani, ma sapete benissimo che non potete proteggere i dati e la sicurezza di questa commissione o dei 150 milioni di utenti della vostra app perché è un’estensione del PCC”.

Un’affermazione che, però, ha sottolineato la Gorman, se si eliminasse il riferimento al PCC, avrebbe potuto essere tranquillamente riferita a Facebook o Twitter, perché anche loro hanno avuto seri problemi di moderazione dei contenuti”.

Salviamo i nostri figli

Tuttavia, durante l’udienza, nessuno dei legislatori USA ha offerto il proprio sostegno a TikTok, ritenendo le risposte di Chew sulla Cina evasive e manifestando preoccupazione per il potere che l’app ha sui bambini statunitensi.

Reuters riporta che il rappresentante Gus Bilirakis ha mostrato alla commissione una raccolta di brevi video di TikTok che sembravano glorificare l’autolesionismo e il suicidio, o che dicevano apertamente agli spettatori di uccidersi. Dobbiamo salvare i nostri figlidalle grandi aziende tecnologiche come la vostra – ha affermato Bilirakis – che continuano ad abusare di loro e a manipolarli per il proprio tornaconto”.

Chew ha risposto a Bilirakis dicendo che TikTok prende il problema del suicidio e dell’autolesionismo “molto, molto seriamente” e anche che l’azienda sta investendo nella moderazione dei contenuti e nell’intelligenza artificiale per limitare tali contenuti.
La rappresentante democratica Diana DeGette ha però sostenuto che gli sforzi di TikTok per prevenire la diffusione della disinformazione sulla piattaforma non funzionano. “Mi avete dato solo dichiarazioni generiche sul fatto che state investendo, che siete preoccupati, che state lavorando. Questo non è sufficiente per me. Non è abbastanza per i genitori d’America, ha detto DeGette.
Più volte i rappresentanti del Congresso hanno sottolineato l’evasività delle risposte del CEO di ByteDance. Questo non ha certo giocato a vantaggio di Chew, va però considerato che le risposte erano sotto giuramento se una qualsiasi delle cose dette non avesse un riscontro reale, potrebbe costargli l’incriminazione per falsa testimonianza.

Un rischio per l’industria dell’intrattenimento

Se da una parte i legislatori USA si sono mostrati tutti schierati contro TikTok per i citati motivi, dall’altra va sottolineato come un gran numero di americani, tra cui funzionari eletti e importanti organizzazioni giornalistiche come il New York Times e il Washington Post, producono video su TikTok. E l’industria dell’intrattenimento è diventata così dipendente da TikTok che il divieto dell’applicazione potrebbe danneggiare gli affari, dicono gli addetti ai lavori. Il Washington Post riporta che, dall’ultima volta che il governo degli Stati Uniti ha preso in considerazione la possibilità di vietare TikTok nel 2020, l’applicazione si è evoluta da piattaforma sociale che supporta un robusto ecosistema di creatori di contenuti e piccole imprese a una centrale di intrattenimento, sconvolgendo le strutture di potere di Hollywood e riscrivendo le regole del panorama dell’intrattenimento. Un divieto ora minaccerebbe non solo il sostentamento delle più grandi star di TikTok e di migliaia di piccole imprese, ma potrebbe infliggere un duro colpo all’industria dell’intrattenimento, costringendo studi cinematografici, etichette discografiche, direttori di casting, agenti hollywoodiani e attori a cambiare radicalmente il loro modo di fare affari.

Secondo gli esperti del settore, TikTok ha permesso a una generazione di talenti di aggirare i tradizionali gatekeeper, e toglierglielo sarebbe un enorme passo indietro in termini di uguaglianza e accesso. “TikTok permette di dare uno sguardo imparziale alla vita degli altri, senza bisogno di un’istituzione mediatica – ha dichiarato al Washington Post Adam Faze, responsabile di FazeWorld, uno studio di intrattenimento che produce spettacoli –. La proposta di legge è alimentata da un establishment mediatico e tecnologico che ha molta paura di TikTok, e non perché sia di proprietà cinese”.

Una legislazione federale sulla privacy

E ora, dopo l’audizione al Congresso di Chew, quale sarà il futuro di TikTok negli USA? Allo stato attale è difficile dirlo. La strada del divieto non è da escludere (soprattutto ora che i rapporti economico-diplomatici tra Cina e Stati Uniti sono piuttosto tesi), ma vanno valutate tutte le eventuali conseguenze.

Più in generale, però, la questione ha riportato alla luce un annoso problema per gli Stati Uniti: quello di una vera regolamentazione dei social media e di una legislazione federale sulla privacy, come ha auspicato il presidente repubblicano della commissione con cui ha interloquito il CEO di TikTok. “Una simile legge è ormai da anni un dato di fatto in Europa, ma non negli Stati Uniti – ha sostenuto Lindsay Gorman –. E forse ci voleva un’azienda cinese per arrivare finalmente a realizzarla anche negli USA”.

 

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