Apple avrebbe raggiunto un accordo preliminare con Intel per progettare e produrre chip negli Stati Uniti, in quella che potrebbe diventare una delle operazioni più importanti degli ultimi anni per l’industria americana dei semiconduttori. La notizia, rilanciata nelle scorse ore da Donald Trump, rappresenta soprattutto un potenziale punto di svolta per Intel, impegnata da tempo in una complessa ristrutturazione industriale e strategica dopo anni di ritardi tecnologici e perdita di competitività rispetto ai grandi produttori asiatici.

Per Intel, ottenere Apple come cliente significherebbe garantirsi volumi produttivi enormi e continui, oltre a una legittimazione tecnica fondamentale nella corsa contro TSMC, oggi dominatrice assoluta del mercato foundry mondiale. Negli ultimi anni Intel ha cercato di trasformarsi da semplice produttore di CPU a fornitore di capacità manifatturiera avanzata per terze parti, ma convincere aziende esterne ad affidarle chip strategici si è rivelato difficile. Apple rappresenterebbe quindi molto più di un contratto commerciale, diventando una certificazione implicita dell’affidabilità delle future tecnologie produttive Intel.

La situazione assume un peso ancora maggiore considerando i rapporti storici tra le due società. Per circa 15 anni Apple ha utilizzato processori Intel nei Mac, prima di abbandonare la piattaforma x86 nel 2020 e passare ai chip proprietari della serie M, progettati internamente e prodotti da TSMC. Quella transizione è stata considerata un enorme successo tecnologico e commerciale per Apple, grazie a prestazioni elevate e consumi ridotti che hanno rilanciato le vendite dei MacBook e consolidato il controllo verticale dell’azienda sul proprio ecosistema hardware.

Il possibile ritorno di Intel nella filiera Apple non significherebbe però un abbandono dei chip Apple Silicon. Più realisticamente, Cupertino potrebbe voler diversificare la propria capacità produttiva in un momento in cui TSMC è sottoposta a pressioni crescenti per soddisfare la domanda esplosiva di chip AI proveniente da aziende come Nvidia e AMD. L’intelligenza artificiale sta infatti monopolizzando le linee produttive più avanzate, rendendo strategico per Apple assicurarsi capacità aggiuntiva e ridurre la dipendenza da un singolo fornitore asiatico.

Trump apple Intel

Crediti: Shutterstock

La dimensione geopolitica dell’accordo è altrettanto rilevante. L’amministrazione Trump sta spingendo con forza per riportare negli Stati Uniti la produzione di tecnologie critiche, in particolare semiconduttori e materiali strategici, riducendo la dipendenza industriale dalla Cina e dalle catene produttive asiatiche. In questo contesto Intel è diventata quasi un asset nazionale, considerando che il governo statunitense possiede circa il 10% della società e ha sostenuto apertamente il suo rilancio come pilastro della sovranità tecnologica americana.

Trump ha descritto l’intesa con Apple come parte di una strategia più ampia per rafforzare Intel attraverso partnership con grandi nomi della tecnologia e dell’automotive. Negli ultimi mesi il gruppo ha infatti annunciato anche un accordo con Tesla relativo al futuro nodo produttivo 14A, previsto per la produzione di massa entro il 2029. L’obiettivo è dimostrare che Intel può tornare competitiva non soltanto come progettista di processori, ma anche come alternativa occidentale credibile alle foundry asiatiche.

I mercati hanno reagito immediatamente alla notizia. Le azioni Intel sono salite del 7%, proseguendo un rally impressionante che dall’inizio dell’anno ha quasi triplicato il valore del titolo. Gli investitori interpretano il possibile ingresso di Apple come un segnale decisivo sulla maturazione della strategia foundry del gruppo. Anche Apple ha registrato un lieve rialzo in Borsa, sebbene per Cupertino il peso operativo dell’accordo appaia più tattico che trasformativo. Resta però molta incertezza sui dettagli concreti dell’intesa. Trump non ha specificato quali chip verrebbero prodotti da Intel né quali processi produttivi sarebbero coinvolti. Questo aspetto è cruciale perché la vera sfida riguarda la possibilità di raggiungere standard qualitativi e rendimenti produttivi comparabili a quelli di TSMC, azienda che da anni domina le tecnologie più avanzate sotto i 3 nanometri.