I dati raccolti da IDC in un white paper commissionato da AMD e basato su un’indagine globale condotta su oltre 500 decision maker IT e di business distribuiti tra Stati Uniti, Giappone, Francia, Regno Unito e Germania restituiscono un quadro in cui più di otto organizzazioni su dieci hanno già avviato, pianificato o completato un percorso di adozione degli AI PC.

Il salto qualitativo rispetto alla fase pilota è evidente nei numeri, ma ancor più nella natura dei casi d’uso che le organizzazioni stanno abilitando. Il 70% dei partecipanti alla ricerca segnala miglioramenti tangibili in termini di performance e riduzione della latenza, mentre il 66% riporta un aumento misurabile della produttività dei dipendenti. Sono metriche che i responsabili IT riconoscono come decisive quando si tratta di giustificare la spesa tecnologica ai livelli C-suite, che non vogliono più promesse di trasformazione futura ma ritorni verificabili nel presente.

Il PC come layer di esecuzione

La transizione verso l’agentic AI sta ridefinendo in profondità il ruolo del personal computer in azienda. Fino a poco tempo fa, il PC era essenzialmente uno strumento di accesso al cloud, alle applicazioni SaaS e ai servizi di collaborazione. La nuova generazione di sistemi AI-ready sposta parte del carico computazionale direttamente sull’endpoint, trasformando il dispositivo in un layer di elaborazione locale capace di eseguire task in modo autonomo, contestuale e sicuro. IDC rileva che il 70% delle organizzazioni si aspetta che sistemi di agentic AI capaci cioè di pianificare, eseguire e adattare compiti senza intervento umano continuo influenzino i workflow aziendali entro i prossimi due anni.

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Questa architettura distribuita risponde a esigenze molto concrete. Il 59% dei rispondenti indica le NPU ad alte prestazioni come componente critica per abilitare le esperienze AI di nuova generazione. La presenza di una Neural Processing Unit dedicato consente infatti di eseguire modelli direttamente sul dispositivo, riducendo la dipendenza dalla connettività di rete e dal cloud per task che richiedono bassa latenza e accesso a dati sensibili.

Sicurezza e controllo dei dati: il fattore abilitante per l’adozione enterprise

Uno degli ostacoli storici all’adozione su larga scala dell’AI in contesti aziendali è stato il tema della governance dei dati. Affidarsi a modelli cloud-based per elaborare informazioni riservate cine dati di clienti, brevetti e comunicazioni interne introduce infatti rischi che molte organizzazioni faticano a quantificare e gestire. Il processamento on-device rappresenta una risposta strutturale a questo problema, dal momento che i dati restano sul PC, sotto il controllo diretto dell’organizzazione e senza transitare per infrastrutture esterne.

La ricerca IDC conferma che il 58% delle organizzazioni cita proprio il miglioramento della sicurezza dei dati come uno dei principali benefici dell’AI on-device. Un dato che non sorprende i professionisti del settore IT, ma che acquista peso specifico diverso quando viene misurato su un campione così ampio e geograficamente diversificato. Per i CISO e i responsabili della compliance, la capacità di eseguire AI localmente è ormai una precondizione per l’adozione in settori regolamentati come la finanza, la sanità o la pubblica amministrazione.

(Immagine in apertura: Shutterstock)