Apple alza i prezzi di MacBook e iPad: la crisi della memoria AI colpisce anche Cupertino

Ieri Apple ha riaperto il proprio store online italiano dopo alcune ore di offline senza presentare nuovi prodotti, ma con aumenti di prezzo significativi su gran parte della gamma MacBook e iPad. Un cambiamento che conferma quanto la pressione sul mercato delle memorie stia diventando critica persino per un’azienda storicamente capace di assorbire meglio degli altri le oscillazioni della supply chain.
Il rincaro coinvolge praticamente tutte le fasce di prezzo. La versione base del MacBook Neo, pensato come modello d’ingresso nell’ecosistema macOS, passa ad esempio da 699 a 799 euro, perdendo immediatamente parte della sua aggressività commerciale. Anche i MacBook Air e i MacBook Pro subiscono un ritocco importante, con incrementi nell’ordine del 15-20%.
L’aumento non riguarda però soltanto i laptop. Apple ha infatti aggiornato verso l’alto anche il listino degli iPad, settore che negli ultimi anni era riuscito a mantenere una certa stabilità. L’iPad Air da 11 pollici con 128 GB parte ora da 829 euro, mentre l’iPad Pro da 11 pollici con 256 GB arriva a 1319 euro. Numeri che trasformano progressivamente i tablet Apple in prodotti sempre più premium, con margini di accessibilità che si riducono rapidamente.
Per il momento gli iPhone restano esclusi dall’ondata di rincari, ma è difficile immaginare che la situazione possa rimanere invariata ancora a lungo. I segnali provenienti dall’industria hardware indicano infatti un problema strutturale, non una semplice fluttuazione temporanea del mercato componenti.
Alla base di tutto c’è la crescita esplosiva della domanda di memorie DRAM e NAND causata dall’espansione dell’intelligenza artificiale generativa. I data center dedicati all’AI stanno assorbendo quantità enormi di moduli ad alte prestazioni, in particolare HBM e memoria integrata a larga banda, creando uno squilibrio che si riflette inevitabilmente anche sull’elettronica consumer.
Il punto cruciale è che oggi qualunque dispositivo moderno contiene quantitativi di RAM molto superiori rispetto a pochi anni fa. Apple stessa ha accelerato questa tendenza introducendo 16 GB di memoria unificata come base minima su gran parte della linea MacBook. Una scelta tecnologicamente sensata, soprattutto considerando l’evoluzione di Apple Intelligence e delle funzioni AI locali, ma che comporta costi industriali sensibilmente più elevati.
Tim Cook aveva già preparato il terreno nei giorni scorsi parlando al Wall Street Journal di aumenti “inevitabili” e le sue dichiarazioni appaiono ora molto più chiare. Cupertino ha tentato di contenere il problema il più possibile, ma il livello raggiunto dai costi delle memorie ha reso impossibile continuare ad assorbire internamente gli incrementi.
La situazione assume un peso ancora maggiore osservando quello che sta succedendo nel resto del mercato PC. Microsoft, ad esempio, ha presentato nuovi Surface Laptop e Surface Pro entry-level con appena 8 GB di RAM, una configurazione che oggi appare sorprendentemente limitata persino per un utilizzo mainstream.
C’è poi un dettaglio particolarmente significativo. Questi nuovi Surface con 8 GB non supportano pienamente l’esperienza Copilot+ promossa da Microsoft, proprio perché la piattaforma AI richiede quantitativi superiori di memoria per funzionare in modo efficace. È un esempio concreto di come l’intelligenza artificiale stia ridefinendo gli equilibri hardware dell’intero settore.
Nel frattempo, i produttori di memorie stanno consolidando ulteriormente la propria posizione contrattuale. Micron, uno dei principali fornitori Apple, ha dichiarato durante l’ultima trimestrale di aver firmato accordi pluriennali con diversi clienti commerciali per bloccare prezzi delle memorie eccezionalmente elevati fino al 2030. Una prospettiva che cambia completamente il paradigma a cui il mercato consumer si era abituato nell’ultimo decennio.
Per anni RAM e storage hanno seguito una traiettoria relativamente prevedibile fatta di capacità in crescita e prezzi progressivamente più bassi. L’esplosione dell’AI ha spezzato questo equilibrio e oggi i produttori preferiscono destinare la capacità produttiva alle soluzioni ad altissimo margine richieste dai data center piuttosto che ai componenti consumer tradizionali.
Il risultato, come abbiamo appena visto, è una pressione che si sta trasferendo direttamente sui listini finali. Notebook, tablet e probabilmente smartphone diventeranno più costosi in modo strutturale, soprattutto nella fascia premium dove la quantità di memoria integrata continua ad aumentare.
E se da un lato Apple può ancora contare su margini elevati e su una clientela disposta a spendere cifre importanti, dall’altro rischia di allontanare ulteriormente quella fascia di utenti che vedeva nei MacBook Air o negli iPad base un punto di ingresso relativamente accessibile nell’ecosistema della mela.

