Lenovo si trova in una posizione tipica delle grandi aziende “di volume” quando l’intero ecosistema hardware entra in tensione. I numeri di fatturato restano solidi, persino superiori alle attese, ma la redditività diventa più fragile perché il costo dei componenti critici dei PC come le memorie sale più velocemente della capacità di trasferirlo sui prezzi finali. È questo il quadro emerso dai risultati del terzo trimestre del colosso tech cinese, accompagnati da un messaggio chiaro del CEO Yang Yuanqing: la carenza di chip di memoria sta peggiorando e potrebbe comprimere le spedizioni di PC nei prossimi mesi.

La causa principale, come già spiegato nelle scorse settimane, arriva dall’AI. La domanda di infrastrutture per modelli generativi e, sempre più, per l’esecuzione operativa di questi modelli, sta infatti assorbendo risorse produttive e capacità della filiera, contribuendo a un effetto a catena sui prezzi delle memorie. Per un’azienda come Lenovo, che domina ancora il mercato PC globale, l’impatto è immediato e se i costi di DRAM e NAND aumentano, l’hardware consumer e business perde margine a parità di prezzo, oppure rischia di frenare le vendite se il prezzo sale troppo.

Yang ha confermato che Lenovo ha già iniziato ad aumentare i prezzi per compensare l’impennata dei costi, una scelta inevitabile per difendere la marginalità. Al tempo stesso, mentre gestisce un contesto sfavorevole sul core business, l’azienda sta accelerando la trasformazione strategica verso l’AI inference, il segmento che riguarda l’utilizzo “in produzione” dei modelli, non la fase di addestramento. Un passaggio importante perché indica che Lenovo vede il prossimo ciclo di crescita meno nei PC tradizionali e più in infrastrutture e soluzioni enterprise.

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I dati del trimestre raccontano bene questa doppia velocità. Il fatturato è salito del 18% a 22,2 miliardi di dollari superando le aspettative. L’utile netto, invece, è sceso del 21% a 546 milioni, appesantito da un costo di ristrutturazione di 285 milioni. Questa voce straordinaria è stata presentata come un investimento organizzativo per rendere Lenovo più focalizzata sul mercato AI e per ridurre i costi fino a 200 milioni in tre anni. Guardando al profitto “aggiustato”, la fotografia cambia: +36% a 589 milioni, segnale che la macchina operativa resta efficiente quando si isolano le componenti straordinarie.

Anche la composizione dei ricavi conferma che Lenovo è ancora, in larga parte, un’azienda di dispositivi, con PC, tablet e smartphone che pesano circa il 70% del totale e hanno registrato un incremento del 14,3%. Il segmento più strategico, però, è il Digital Infrastructure Group, dove rientrano i server e le soluzioni AI. Qui la crescita è stata del 31%, ma questa espansione è stata accompagnata da una perdita operativa di 11 milioni, attribuita a investimenti necessari per scalare le capacità AI. È un pattern tipico per il quale nella fase di transizione verso un mercato più “capital intensive”, i costi salgono prima che la redditività si stabilizzi.

Sul fronte specifico dei server AI, Lenovo parla di crescita a doppia cifra, sostenuta da un portafoglio in cui stanno entrando soluzioni rack-scale basate sul design Nvidia GB200 NVL72. Il messaggio strategico più netto resta però quello sull’inference. Yang sostiene che la domanda si sta spostando dall’addestramento all’esecuzione e che il mercato dell’infrastruttura AI potrebbe triplicare entro il 2028.

Lenovo sta quindi riallineando il portafoglio server per intercettare questa fase, che per molte aziende enterprise è più vicina e più urgente rispetto al training. Non a caso, a inizio gennaio Lenovo ha presentato nuovi server per workload di inference in collaborazione con AMD, una mossa coerente con la necessità di offrire piattaforme diversificate e ottimizzate per costi, efficienza e scalabilità.

(Immagine in apertura: Shutterstock)