Al Forum The European House – Ambrosetti, tenutosi a Cernobbio la scorsa settimana, il tema tecnologico ha attraversato ogni sessione, e per degli ottimi motivi. Il 52,1% dei manager e imprenditori presenti ha indicato l’intelligenza artificiale come la frontiera scientifica più trasformativa, distaccando di più del doppio le life science in seconda posizione con il 18,8%.

Sul tema delle tecnologie ICT, per tre giorni, si sono mosse le richieste di chi la tecnologia la produce, la vende o la deve adottare: meno regole, più incentivi, infrastrutture più veloci. Questa in estrema sintesi è la fotografia di ciò che chiede l’impresa, senza sorprendere nessuno.

Vediamo però di mettere le richieste in contesto, scorrendo i numeri che TEHA ha portato a Cernobbio, tenendo presente che spesso sono prodotti in collaborazione con gli stessi soggetti che di quei numeri beneficiano.

Il gap degli investimenti: 1,3% contro 1,9% del PIL

Lo studio “Sbloccare il futuro: investimenti high-tech per la competitività italiana”, realizzato da TEHA con Amazon e AWS è disponibile sul sito del convegno.

Lo studio “Sbloccare il futuro: investimenti high-tech per la competitività italiana”, realizzato da TEHA con Amazon e AWS è disponibile sul sito del convegno.

Tra gli studi più citati nell’edizione 2026, “Sbloccare il futuro: investimenti high-tech per la competitività italiana”, realizzato da TEHA con Amazon e AWS con il contributo scientifico di Alec Ross, Distinguished Adjunct Professor alla Bologna Business School e già Senior Advisor per l’Innovazione del Segretario di Stato Hillary Clinton, mette in fila una serie di indicatori che compongono il ritratto di un Paese che ancora non riesce a tenere il passo con i cambiamenti del digitale:

  • gli investimenti high-tech italiani valgono l’1,3% del PIL, contro l’1,9% della media europea: un divario del 32%;
  • solo il 7,9% delle imprese italiane ha un’intensità digitale “molto elevata”, contro il 10,1% della media Ue;
  • l’intensità digitale resta alta o molto alta per l’82% delle grandi imprese, ma scende al 61% tra le medie e crolla al 34% tra le piccole, che però rappresentano la vera massa critica del tessuto produttivo italiano;
  • l’adozione dell’intelligenza artificiale è associata a un incremento della produttività del lavoro di circa il 4%;
  • colmare il divario di capacità istituzionale rispetto a un Paese benchmark come la Danimarca genererebbe, secondo lo studio, fino a 27 miliardi di euro l’anno di investimenti aggiuntivi.

Sul fronte della burocrazia, un dato molto citato dai relatori, si è sottolineato il dato delle 160.000 leggi vigenti in Italia, circa 23 volte quelle francesi, con una legge su cinque approvata nelle ultime legislature rimasta inapplicabile per mancanza dei decreti attuativi: quasi 3 miliardi di euro di risorse pubbliche bloccate.

Alec Ross sintetizza la complessità burocratica italiana con una metafora ormai nota: “Fare l’imprenditore in Italia è come correre una maratona con uno zaino pieno di sassi. Con ogni nuova regolazione c’è un nuovo sasso nello zaino”.

Le voci dei protagonisti del settore coinvolti nello studio confermano la stessa lettura, con l’enfasi che ci si aspetta da chi presenta i propri numeri d’investimento. Giulia Gasparini, Country Manager di AWS Italia, ha rivendicato “oltre 3 miliardi di euro in infrastruttura cloud e decine di migliaia di persone formate sulle competenze digitali dal 2017”, verso l’obiettivo dei 200.000 studenti STEM raggiunti entro fine 2026, aggiungendo che “il vero fattore abilitante è la prevedibilità normativa”.

Giorgio Busnelli, VP & Country Manager Amazon Italia, ha parlato di “oltre 30 miliardi di euro investiti in Italia dal 2010” e di “più di 19.000 posti di lavoro a tempo indeterminato” creati direttamente, per un indotto stimato in oltre 100.000 occupati lungo la filiera. Valerio De Molli, CEO di TEHA Group, ha chiesto semplificazione normativa e lo stop al cosiddetto gold plating, l’aggiunta di vincoli nazionali ulteriori rispetto a quanto richiesto dalle direttive europee, che nel settore del digitale ha toccato tematiche come la normativa cookie, il GDPR e l’AI Act.

Nella classifica dell’innovazione siamo al 31° posto, ma ci sono alcune eccellenze

A completare il quadro sulla competitività digitale è arrivato il TEHA Global Innosystem Index 2026, che colloca l’Italia al 31° posto su 49 Paesi analizzati, alle spalle di Singapore, Israele e Regno Unito. Ci sono però alcuni settori in cui eccelliamo: l’Italia risulta settima al mondo per potenza di calcolo dei supercomputer e quinta per qualità della ricerca scientifica. A pesare sono soprattutto capitale umano (33° posto), venture capital (appena lo 0,03% del PIL) e sviluppatori software, con 28,79 ogni mille abitanti che valgono il 42° posto in classifica.

Rispetto all’eccellenza nella ricerca, però, lo studio InnoTech Hub sul “techshoring” aggiunge dato disarmante che riguarda il trasferimento tecnologico: solo il 3% della produzione scientifica italiana si traduce in brevetti, contro il 13% della Francia e il 19% della Germania. È il segnale che l’eccellenza della ricerca italiana fatica a trasformarsi in valore industriale concreto.

AI Act: la regola come alibi e come problema reale

Sul fronte della regolamentazione, lo studio TEHA-Amazon offre due cifre da leggere insieme. La prima: il 68% delle imprese europee dichiara di non comprendere pienamente i propri obblighi ai sensi dell’AI Act. La seconda, più delicata: le imprese che percepiscono incertezza normativa prevedono investimenti in intelligenza artificiale inferiori del 28% rispetto a chi ha le idee chiare sulle regole. È un’autovalutazione delle aziende stesse, da trattare come un segnale di percezione più che come una misura oggettiva di impatto, ma esprime in ogni caso un’esigenza di chiarezza normativa che al momento manca, e che spinge più voci a richiedere di rallentare o semplificare l’attuazione delle norme europee sull’AI.

Data center e sovranità: l’infrastruttura come questione industriale

Il Forum ha inquadrato semiconduttori e data center non solo come asset industriali, ma come componenti della sicurezza nazionale: “Un semiconduttore non è più soltanto un prodotto. Un data center non è semplicemente un’infrastruttura”, si è detto  nei panel dedicati, a sottolineare quanto queste risorse possano determinare il grado di autonomia di un Paese.

Claudio Bassoli, presidente e CEO di HPE Italia, ha definito i data center come “la nuova infrastruttura industriale del Paese”, indicando tre condizioni per restare competitivi nell’era dell’intelligenza artificiale: efficienza energetica, sovranità digitale e capacità di calcolo.

Lo studio TEHA-A2A “L’Italia dei data center” presentato all’edizione dello scorso anno aveva analizzato l’impatto della crescita di questo comparto sull’economia italiana e sull’efficienza energetica del sistema, evidenziando quattro leve di efficienza: recupero di calore verso il teleriscaldamento; uso di aree aree industriali e commerciali dismesse (3,7 milioni di mq disponibili in Italia); Power Purchase Agreement per forniture energetiche green, con un quarto asse legato al modello industriale circolare.

Urso annuncia incentivi su robot industriali e umanoidi

Il Ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso

Il Ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso

Sul fronte delle misure di governo, il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha annunciato l’intenzione di varare un pacchetto di incentivi per la robotica industriale e gli umanoidi, oltre alla proroga dell’iperammortamento oltre il 2028 e a uno strumento chiamato “Business Wallet”.

“Intendiamo varare un pacchetto di misure che incentivi ulteriormente l’innovazione nella robotica industriale e nell’uso degli umanoidi, per realizzare un sistema del welfare che, a differenza di quello cinese e americano, mantenga la persona al centro”, ha dichiarato sottolineando che la robotica avanzata rappresenta “la nuova frontiera della produttività”.

Per il settore ICT e per le imprese che dovranno pianificare investimenti su questi incentivi, la cautela è d’obbligo fino a quando l’annuncio non si tradurrà in provvedimenti concreti, presumibilmente nel decreto imprese e nella prossima legge di bilancio.

Costa rivendica il ruolo dell’Europa: “Non stiamo rimanendo indietro”

Il Presidente del Consiglio europeo António Costa.

Il Presidente del Consiglio europeo António Costa.

A rispondere, almeno in parte, alla narrazione sul supporto declino europeo è arrivato il presidente del Consiglio europeo António Costa, che ha respinto i paragoni semplicistici tra Europa e Stati Uniti sull’intelligenza artificiale, dicendo: “Non sono d’accordo con i paragoni semplicistici che suggeriscono che l’Europa stia semplicemente rimanendo indietro”.

Costa ha citato Mistral e la milanese Domyn (ex iGenius) come esempi di aziende europee capaci di competere sull’AI, aggiungendo che “l’Europa non deve perdere la corsa” e che ha “il talento per sviluppare tecnologia”. Sul fronte regolatorio, la sua indicazione è stata di puntare a “meno direttive, più regolamenti”, un modo per ridurre le discrezionalità nazionali nel recepimento delle norme Ue, un tema che si lega direttamente alla richiesta delle imprese di maggiore uniformità normativa e limitazione del golden plating. Il tutto si inserisce nella trattativa sul bilancio Ue 2028-2034, che Bruxelles punta a chiudere entro fine anno.

Anche il Presidente della Repubbblica Sergio Mattarella nel suo messaggio al Forum aveva sottolineato come, in un contesto in cui aumenta “una pretesa predatoria delle risorse esistenti materiali e immateriali con una preoccupante tendenza a ripristinare politiche di potenza”, l’Unione Europea con i suoi valori rappresenti “la manifestazione più eclatante al mondo di condivisione di sovranità sorretta da valori comuni”, ma per farlo deve fare “necessari e urgenti cambiamenti nel funzionamento delle sue istituzioni, nella composizione, nella tempestività delle decisioni e nelle priorità”.

Cosa resta, al netto degli interessi in campo

Al di là di chi porta quali numeri e con quali interessi, alcuni dati restano difficilmente contestabili perché misurano fatti concreti: la spesa in high-tech italiana è oggettivamente sotto la media europea, la frammentazione normativa nazionale è documentata da anni di rapporti Ocse e Banca d’Italia. Altri numeri, come l’impatto preciso dell’incertezza normativa sugli investimenti, l’entità dei benefici attesi da una maggiore cooperazione europea, il valore aggiunto di specifici incentivi non ancora scritti, sono come al solito proiezioni costruite da chi ha tutto l’interesse a vederle confermate.

Per chi si occupa di ICT e digitale in azienda, il compito a valle di Cernobbio non cambia: separare l’agenda di policy dal dato di realtà, fare programmi concreti e continuare a misurare i propri investimenti sui risultati.