Le aziende investono da anni cifre enormi in nuove piattaforme software, ma i dipendenti continuano a incepparsi nelle complessità quotidiane dei processi digitali. È il paradosso descritto dal recente studio di Everest Group “The Case for Digital Experience Orchestration Platforms (DXOP): When Work Comes to the User”, pubblicato a maggio 2026: un knowledge worker naviga oggi tra 15 e 40 applicazioni aziendali diverse, perdendo in media 30 minuti al giorno nel cambio di contesto. Per un’azienda di 500 dipendenti significa, secondo le stime dell’analista, oltre 57.000 ore sprecate ogni anno, per un costo sommerso di circa 2,8 milioni di dollari.

Da questa frammentazione nasce la categoria DXOP: un livello software che si sovrappone alle applicazioni esistenti senza sostituirle, orchestrando interfacce, dati e agenti AI in un unico flusso. All’origine della definizione, secondo lo studio Everest, c’è myMeta Software, azienda fondata nel 2020 a Carmignano del Brenta (PD), oggi attiva con 62 clienti internazionali e circa 500.000 utenti attivi ogni settimana. Il tutto, gestito solamente con cinquanta dipendenti.

Il concetto resta però tutt’altro che intuitivo, complice un mercato affollato di messaggi simili da parte di ogni vendor che promette agenti AI capaci di dialogare tra loro. Per capire come funzioni nella pratica, abbiamo quindi chiesto ad Andrea Rubei, co-fondatore e CEO di myMeta di spiegarci cos’è una DXOP e quali problemi si propone di risolvere.

Tra il dire e il fare, c’è di mezzo il digitale

myMeta nasce da un’osservazione ricorrente nei grandi progetti di trasformazione digitale: le aziende completano l’implementazione, i system integrator producono documentazione e formazione, ma l’utente finale torna spesso a strumenti alternativi come Excel“L’esigenza era quella di permettere alle persone di accelerare la propria digitalizzazione, perché se poi le persone non usano gli strumenti che l’azienda ha messo a disposizione, la trasformazione è fatta a metà”, spiega Rubei.

Andrea Rubei, co-fondatore e CEO di myMeta

Andrea Rubei, co-fondatore e CEO di myMeta

Il progetto si inserisce inizialmente nella categoria delle Digital Adoption Platform (DAP), software che sovrappongono alle applicazioni una guida contestuale e il cui esponente più noto, WalkMe, è stato acquisito da SAP nel 2024. Secondo Rubei, però, l’elemento distintivo non è la guida in sé, bensì la semplificazione dell’interfaccia: “Le DAP ti offrono una mappa del labirinto con cui riesci a districarti. Con myMeta, scavi un tunnel e vai direttamente da A a B”.

L’esempio che Rubei porta più spesso è la gestione delle presenze dei dipendenti remoti, uno dei processi HR più diffusi dopo la pandemia: migliaia di ticket mensili generati da richieste di ferie, permessi e certificati di malattia che devono essere incrociati con le regole aziendali per verificarne la correttezza. La piattaforma SaaS sottostante non permette configurazioni granulari senza interventi costosi. Applicando le regole a livello di browser, senza toccare il codice sottostante, myMeta libera  il tempo di diverse persone dedicate solo a questo tipo di supporto in ogni azienda cliente.

Se le persone non usano gli strumenti che l’azienda ha messo a disposizione, la trasformazione è fatta a metà

Il muro delle API e la scommessa del disaccoppiamento

Cofounder di myMeta

I tre cofondatori di myMeta. Da sinistra: Roberto DeRossi, Direttore tecnologico e Direttore del prodotto; Emilio Orlandini, Amministratore delegato e GM EMEA; Andrea Rubei Amministratore delegato.

Il tema si intreccia con le tensioni recenti tra vendor SaaS e software di terze parti: SAP, ad esempio, ha reso più restrittivo l’accesso ad alcune proprie API, mentre Salesforce mantiene un approccio più aperto. myMeta si tutela lavorando soprattutto tramite un’estensione del browser che legge ciò che compare a schermo e attiva dal browser stesso le chiamate necessarie a interagire con il software. Un livello sul quale per i vendor è più difficile intervenire.

Dietro questa scelta c’è una tesi più ampia: Rubei prevede una battaglia crescente tra i grandi vendor “system of record” (SAP, Oracle, ServiceNow…) e i player dell’AI (Anthropic, OpenAI, Google…) per il controllo del livello di orchestrazione dell’intelligenza artificiale. Invece di scegliere uno dei due campi, opzione che necessariamente produce un lock-in importante con quel vendor, myMeta scommette sull’utilità di lasciare l’interfaccia su un layer che tenga separate le due cose: “o lascio l’interfaccia in mano a un unico player restando legato mani e piedi, oppure mi lego a chi disaccoppia queste due cose e mi permette di scegliere se e quando cambiare gli altri componenti”.

O lascio l’interfaccia in mano a un unico player restando legato mani e piedi, oppure mi lego a chi disaccoppia queste due cose

Dal “software come destinazione” al “software come momento”

Rubei distingue due fasi di adozione dell’AI in azienda: “human in the loop”, in cui l’utente agisce in prima persona con il supporto degli agenti, e “human on the loop”, in cui è l’agente a eseguire in autonomia e l’uomo interviene solo in caso di anomalia. Un modello che paragona a un aeroplano il cui volo di routine è ormai quasi completamente automatizzato, ma dove “nessuno si sogna di togliere il pilota”.

Concretamente, l’overlay di myMeta sovrappone piccoli elementi di interfaccia – schede, campi, notifiche – dentro applicazioni come SAP, senza modificarne il codice. Rubei descrive il caso di un processo di supply chain in cui Procurement e Finance dovevano rispettivamente inserire e approvare un nuovo ordine: myMeta ha aggiunto una scheda che permette di scegliere l’approvatore – che riceverà una notifica nella propria interfaccia – e tracciare lo stato della richiesta, eliminando un passaggio manuale che è spesso fonte di errori.

Un principio applicabile anche a processi più estesi: Rubei cita il caso del CEO di Bridgestone America, secondo cui nel procure-to-cash un disallineamento tra sistemi emerge spesso solo quando una fattura resta insoluta, con perdite potenziali per milioni di dollari su scala globale.

Un altro caso recente riguarda un cliente con oltre 100.000 ticket di supporto HR l’anno: analizzando lo storico con un motore AI, myMeta ha potuto individuare pattern ricorrenti e le configurazioni adatte a prevenirli. Per i casi residui, l’AI viene affiancata dalle policy aziendali e, in ultima istanza, apre autonomamente un ticket per l’operatore mantenendo tutto il contesto raccolto.

Tra i clienti di myMeta figurano gruppi come Louis Vuitton, Luxottica e Ferrero. La piattaforma è utilizzata anche da enti pubblici: il Ministero dell’Interno italiano l’ha impiegata per supportare tra le 40.000 e le 50.000 richieste legate alle procedure di immigrazione nel giro di un anno, riducendo la dispersione degli utenti lungo il processo.

La SaaS Apocalypse e il futuro del software

Da un lato,la diffusione di agenti AI che permettono di operare direttamente sui dati aziendali bypassando le applicazioni; dall’altro una soluzione come quella di myMeta che integra ed estende l’interfaccia di software diversi. C’è da chiedersi se davvero siamo in presenza di quella Apocalisse dei Software as a Service di cui si parla da inizio anno.

Rubei resta scettico: scrivere il prompt giusto introduce complessità che non tutti gli utenti aziendali sanno gestire, ripetendo i limiti di adozione già visti con la trasformazione digitale tradizionale: “Ho i miei dubbi che diventino tutti orchestratori di agenti”, osserva.

I SaaS continuano quindi ad avere un loro ruolo, quindi, e non solo come custodi del system of records, anche se l’approccio tenuto da tutti i vendor negli ultimi anni – standardizzare le implementazioni ed eliminare le customizzazioni per accorciare i tempi e ridurre i costi – sposta difficoltà e rallentamenti nella fase successiva al go-live. Quella in cui le persone devono quotidianamente estrarre valore da quelle soluzioni. myMeta può quindi rappresentare non solo un vantaggio per i clienti, ma anche un’utile stampella per i SaaS tradizionali.

Resta da verificare se il disaccoppiamento tra interfaccia, SaaS e AI su cui myMeta scommette reggerà di fronte alla spinta dei grandi vendor verso ecosistemi sempre più integrati e verticali. Un’integrazione che però molti clienti cominciano a percepire sempre più come una limitazione in un momento e in un settore in cui cambiamenti repentini e imprevedibili avvengono ormai a ritmo settimanale.