Oggi, 31 marzo 2026, si chiude formalmente l’ultimo capitolo del cronoprogramma ministeriale per la piena implementazione del Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE). Una data che sulla carta segna il completamento di un percorso lungo quasi vent’anni e che ha trovato la sua accelerazione decisiva grazie ai fondi del PNRR. Nella realtà, però, i numeri raccontano una storia più complessa.

Con la scadenza odierna, le Regioni sono tenute a garantire che i fascicoli sanitari di tutti i cittadini contengano l’intero set di documenti e informazioni previsti dalla normativa tra referti, verbali di pronto soccorso, lettere di dimissione, profilo sanitario sintetico, prescrizioni specialistiche e farmaceutiche, cartelle cliniche, dati sulle vaccinazioni, erogazione di farmaci e prestazioni specialistiche, taccuino personale dell’assistito, dati delle tessere per portatori di impianto, lettere di invito per screening ed esenzioni.

Inoltre, le strutture sanitarie pubbliche e private devono adeguarsi sul piano tecnologico, rispettando criteri stringenti in materia di protezione dei dati personali e garantendo l’aggiornamento delle informazioni entro cinque giorni dall’esecuzione di esami, visite o erogazioni farmaceutiche. Entro oggi, tutti i sistemi devono anche essere conformi alle specifiche tecniche del Fascicolo Sanitario 2.0, con piena interoperabilità tra strutture, professionisti e cittadini.

L’ultima rilevazione disponibile del Ministero della Salute, condotta su dati regionali tra luglio e settembre 2025, fotografa un quadro in cui le disparità territoriali rimangono marcate e, in alcuni casi, sorprendenti. Tra i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta, il 95,2% dichiarava infatti di aver effettuato almeno un’operazione sul fascicolo nell’ultimo trimestre; una quota elevata in apparenza, ma che nasconde una forbice che va dall’86,9% del Friuli Venezia Giulia al 99,9% dell’Emilia-Romagna.

Fascicolo Sanitario Elettronico

Le differenze si allargano ulteriormente nelle aziende sanitarie. A livello nazionale, l’88% degli operatori risultava abilitato al FSE, ma accanto a diverse Regioni già al 100% si trovano realtà come la Calabria (41%), l’Abruzzo (54%) e la Sicilia (57%), dove il gap è ancora molto ampio. Sul fronte dei contenuti disponibili, nessuna Regione aveva raggiunto la completezza del paniere previsto, confermando che l’uniformità dell’offerta sul territorio nazionale rimane un obiettivo ancora lontano.

Se il lato dell’offerta presenta criticità, quello della domanda non è da meno. A luglio 2025, soltanto il 27% dei cittadini aveva utilizzato il proprio fascicolo sanitario nei tre mesi precedenti. Anche qui il divario regionale è abissale, con il Veneto che guida con il 66% di utilizzo e Basilicata, Marche, Puglia e Sicilia che si fermano al 3%, a conferma di come in ampie porzioni del Paese lo strumento esista sulla carta ma non nella pratica quotidiana.

Ancora più bassa è la quota di consenso alla consultazione dei documenti. La media nazionale si attesta al 44%, con l’Abruzzo e la Calabria ferme al 2% e l’Emilia-Romagna che si avvicina alla quasi totalità con il 92%. Senza il consenso dell’assistito, il fascicolo sanitario perde gran parte della sua utilità clinica, perché i professionisti sanitari non possono accedere alla storia del paziente in modo tempestivo e completo.

Il quadro complessivo che emerge è quello di un’infrastruttura digitale che ha raggiunto la maturità normativa e tecnica in alcune Regioni, mentre in altre stenta ancora a decollare sul piano operativo e culturale. La scadenza odierna fissa un punto di arrivo formale, ma non risolve automaticamente le asimmetrie strutturali che continuano a separare il Nord dal Sud del Paese e che rischiano di rendere il FSE uno strumento a geometria variabile ancora per qualche anno.