La legge lombarda sui data center sarà modificata. Dopo l’assessore alle Risorse energetiche Massimo Sertori, lo ha confermato per la prima volta anche il presidente della Regione, Attilio Fontana. Come avevamo anticipato la scorsa settimana, la Giunta intende intervenire sul provvedimento approvato dal Consiglio regionale a giugno. Salvo sorprese, le modifiche dovrebbero arrivare sul tavolo dell’esecutivo il 19 ottobre.

Il tema è la scelta delle aree su cui costruire le nuove installazioni. “Il nostro problema è soltanto quello di fare in modo che vengano costruiti su aree di recupero e non aree nuove”, ha spiegato Fontana a margine dell’assemblea di Assolombarda a Milano. Uno dei principali obiettivi della legge era quello di riconoscere degli incentivi – principalmente in termini di una semplificazione delle procedure autorizzative – a chi intende sviluppare nuovi data center su aree industriali dismesse e disincentivare invece le nuove installazioni che consumano suolo agricolo o non già sviluppato. Tra gli altri punti che potrebbero essere rivisti c’è anche la sostenibilità degli impianti e il ricorso alle migliori tecnologie disponibili, tema su cui Fontana non si è però soffermato.

Una riscrittura precoce?

Il presidente ha però invitato alla calma, dicendo che “non bisogna neanche lasciarsi prendere dal panico” e che occorre valutare con calma se esistano effettivamente dei problemi. È curioso in effetti che si pensi di rimettere mano a una legge che ha solo pochi mesi di vita senza avere avuto ancora il tempo di valutarne gli effetti. Una situazione sottolineata da Giulia Pastorella, deputata e vicepresidente di Azione molto attiva sulle tematiche legate alle infrastrutture tecnologiche.

Pastorella si chiede se esistano dati che dimostrino che la norma spinga gli operatori verso aree non edificate, o se la revisione sia piuttosto una risposta alle proteste, “dettata più dalla ricerca del consenso immediato che da un’analisi dei dati”. Il rischio, avverte, è creare incertezza per investitori e sindaci.

La mobilitazione No data center

Il “consenso immediato” a cui si riferisce Pastorella è probabilmente la crescente mobilitazione di protesta contro le nuove installazioni di data center, che sabato scorso ha portato in piazza della Scala a Milano più di 1.000 persone e quarantina di comitati provenienti da Lombardia, Piemonte e Lazio, insieme a delegazioni sindacali (Cgil e Usb) e a esponenti delle opposizioni aderente alla Rete No Data Center.

I manifestanti chiedono una moratoria alle nuove installazioni fino all’approvazione di una legge nazionale e di un piano nazionale che regolamentino il settore. Legge alla cui stesura chiedono di poter partecipare. Tra i punti di maggiore preoccupazione, oltre al consumo di suolo, c’è l’impatto ambientale in termini di consumo di energia e acqua – con il conseguente probabile aumento dei prezzi per i cittadini – le emissioni dei motori diesel (accesi in realtà solo per poche ore al mese per test e manutenzione) e il rumore degli impianti di raffreddamento.

Una conseguenza nefasta della scelta di terreni già edificati è che questi, purtroppo, vanno a trovarsi molto più spesso vicini alle abitazioni rispetto a una nuova costruzione su terreno libero, creando inevitabilmente maggiori disagi alla popolazione.

Secondo il portavoce della Rete No Data Center Enrico Duranti, la richiesta non nasce “per fermare la tecnologia, ma per decidere dove e perché costruire nuovi data center”.

Il nodo dell’interesse strategico

In realtà, indipendentemente da quanto restrittive possano essere le norme regionali, rischiano di restare in ogni caso lettera morta. Nei mesi scorsi, infatti, il Governo è ricorso all’articolo 13 del Decreto Asset (DL 104/2023) per autorizzare d’imperio e in deroga alle procedure locali una decina di nuovi data center considerati di interesse strategico nazionale. Chiaramente, a essere di interesse strategico sono le installazioni più grandi, cioè quelle che hanno il maggiore impatto sul territorio.

Il problema, insomma, non sembra risolvibile a livello locale e il tema si candida a essere uno di quelli caldi nei programmi dei partiti alle prossime elezioni.