L’architettura IT moderna ha ormai superato la fase sperimentale per consolidarsi come spina dorsale operativa delle imprese globali. Non parliamo più semplicemente di spostare carichi di lavoro su server remoti, ma di una complessa orchestrazione di ambienti ibridi e multi-cloud che garantiscono scalabilità ed efficienza economica impensabili con i tradizionali sistemi on-premise.

Oggi, la stragrande maggioranza delle organizzazioni gestisce ecosistemi fluidi dove i dati viaggiano incessantemente tra cloud pubblici, privati e infrastrutture legacy. Questa trasformazione ha però generato una matrice di rischi talmente intricata che molte aziende faticano a decifrarla, figuriamoci a gestirla. La natura dinamica del cloud agisce infatti come un amplificatore di minacce, con ogni nuovo servizio attivato, ogni container distribuito e ogni connessione API stabilita che espande la superficie di attacco, richiedendo un cambio di paradigma radicale rispetto ai vecchi modelli di visibilità e controllo.

Nel panorama previsto per il 2026, la sfida della sicurezza cloud diventa strutturale e di governance e i leader della sicurezza si trovano a dover difendere un perimetro che, di fatto, non esiste più.

L’errore silenzioso: le configurazioni errate

Tra le minacce più insidiose e pervasive spicca senza dubbio la configurazione errata delle risorse, un fenomeno che potremmo definire come il catalizzatore silenzioso delle violazioni. A differenza di un attacco malware esplicito, una misconfiguration rimane invisibile fino all’istante in cui viene sfruttata. Un semplice storage bucket lasciato con permessi di lettura pubblici o un database privo di adeguata crittografia possono esporre milioni di record sensibili in pochi secondi. Le analisi forensi sugli incidenti recenti confermano che una porzione allarmante delle fughe di dati deriva proprio da queste disattenzioni prevenibili, spesso frutto di una discrepanza tra la velocità di sviluppo e i controlli di sicurezza.

Le cause sono sistemiche. I team di sviluppo, spinti dalla necessità di rilasciare funzionalità a ritmi frenetici, tendono a dare priorità alla funzionalità immediata rispetto alla blindatura del codice. Spesso, le impostazioni predefinite dei servizi cloud favoriscono l’accessibilità piuttosto che la protezione, creando un terreno fertile per l’errore umano se non intervengono automatismi di controllo. La mitigazione efficace richiede l’abbandono dei controlli manuali a favore di soluzioni di Cloud Security Posture Management (CSPM), capaci di monitorare l’infrastruttura in tempo reale e correggere le deviazioni dagli standard di sicurezza prima che un attaccante possa individuarle.

Identità come nuovo campo di battaglia

In un ecosistema privo di mura fisiche, l’identità digitale ha assunto il ruolo di nuovo perimetro di sicurezza. Peccato che i controlli su chi accede a cosa, e con quali privilegi, rimangano spesso l’anello debole della catena difensiva. La compromissione delle credenziali è infatti il vettore d’attacco predominante nelle violazioni cloud e, una volta che un malintenzionato ottiene un accesso legittimo, distinguere le sue azioni da quelle di un dipendente autorizzato diventa estremamente complesso.

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Il problema si aggrava a causa della proliferazione di account con privilegi eccessivi e della mancata applicazione dell’autenticazione a più fattori (MFA). Esistono poi le cosiddette “credenziali orfane”, ovvero accessi rimasti attivi per dipendenti o servizi non più operativi, che restano latenti nei sistemi di gestione delle identità pronti per essere sfruttati.

Queste lacune permettono agli attaccanti di muoversi lateralmente tra i servizi, scalare i propri privilegi ed esfiltrare dati critici senza innescare allarmi immediati. La risposta strategica risiede nell’adozione rigorosa del principio del privilegio minimo e nell’implementazione di architetture Zero Trust, dove nessuna richiesta di accesso viene considerata affidabile a priori, ma deve essere costantemente verificata e contestualizzata.

Il paradosso della visibilità e l’espansione della superficie d’attacco

La natura effimera delle risorse cloud, che vengono create e distrutte on-demand su diverse regioni e provider, crea un vuoto di visibilità che paralizza i team di sicurezza. A differenza di un data center statico, dove ogni server ha un nome e una posizione fissa, il cloud è un bersaglio mobile. Senza strumenti adeguati per centralizzare i log e monitorare l’inventario degli asset in tempo reale, le aziende operano con enormi punti ciechi. Ciò ritarda drasticamente i tempi di rilevamento delle minacce, permettendo agli attaccanti di persistere all’interno della rete per periodi prolungati.

Parallelamente, la superficie d’attacco si estende ogni giorno. Le API, in particolare, rappresentano oggi uno dei vettori di rischio più critici. Essenziali per l’automazione e l’interconnettività tra servizi, le interfacce di programmazione sono diventate il bersaglio prediletto per attacchi sofisticati che mirano a manipolare la logica applicativa per estrarre dati. Un’API non protetta o mal progettata equivale a lasciare una porta di servizio spalancata sul retro dell’azienda. Integrare gateway di sicurezza API e condurre test specifici durante l’intero ciclo di vita dello sviluppo software (SDLC) è diventato imperativo per chiunque sviluppi o consumi servizi cloud.

Shadow IT e governance dei dati

Un ulteriore livello di complessità è introdotto dallo Shadow IT, ovvero l’adozione di software e servizi cloud da parte dei dipendenti al di fuori del controllo diretto del dipartimento IT. Se da un lato questo fenomeno dimostra la volontà dei team di essere più produttivi, dall’altro crea voragini nella sicurezza aziendale. Dati sensibili finiscono archiviati su piattaforme non sanzionate, configurate senza alcuno standard di protezione e spesso accessibili senza controlli adeguati.

L’uso di Cloud Access Security Brokers (CASB) è fondamentale per riportare questi servizi sotto l’egida della governance aziendale, permettendo di scoprire l’uso non autorizzato e applicare policy di sicurezza anche su applicazioni SaaS esterne. Ignorare lo Shadow IT significa accettare che una parte significativa del patrimonio informativo aziendale risieda in luoghi sconosciuti e non protetti.

La convergenza strategica e l’approccio CNAPP

Di fronte alla frammentazione degli strumenti di sicurezza, che spesso genera più rumore che chiarezza, l’industria sta virando decisamente verso l’adozione di Cloud-Native Application Protection Platforms (CNAPP). Questa evoluzione tecnologica risponde all’esigenza critica di superare la gestione a silos, fondendo in un’unica architettura integrata le già citate funzionalità di postura (CSPM), la protezione dei carichi di lavoro (CWPP) e la governance delle identità (CIEM).

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Il valore differenziante di un approccio CNAPP non risiede nella mera somma di queste capacità, ma nella possibilità di correlare dati eterogenei lungo l’intero ciclo di vita dell’applicazione, dalla scrittura del codice fino all’esecuzione in runtime. Grazie a questa visione olistica, i team di sicurezza possono finalmente contestualizzare il rischio, distinguendo le vulnerabilità teoriche da quelle effettivamente esposte, e prioritizzare gli interventi in base al reale impatto sul business, piuttosto che reagire disordinatamente a una marea di alert scollegati.

Conformità, competenze e rischi di terze parti

La gestione della sicurezza cloud è anche una questione legale e operativa. Le normative sulla residenza dei dati e sulla privacy, come il GDPR o le direttive specifiche di settore, impongono vincoli stringenti su come e dove i dati vengono archiviati ed elaborati e la mancata conformità porta con sé rischi legali e sanzionatori enormi. Mantenere audit trail completi e garantire la crittografia corretta richiede però un approccio automatizzato, poiché la velocità di evoluzione del cloud rende impossibile una verifica manuale costante.

Tutto questo scenario deve essere gestito in un contesto di grave carenza di competenze specialistiche. La complessità degli ambienti multi-cloud richiede professionisti capaci di orchestrare strumenti eterogenei e correlare segnali deboli provenienti da fonti diverse. La mancanza di personale qualificato costringe le aziende a investire pesantemente nell’automazione e nell’orchestrazione della sicurezza (SOAR) per ridurre il carico operativo manuale.

Infine, non possiamo trascurare il rischio insito nella catena di approvvigionamento digitale, visto che il cloud si basa spesso su infrastrutture multi-tenant e componenti di terze parti. Una vulnerabilità nel codice di un fornitore o una breccia in un servizio condiviso possono avere effetti a cascata devastanti, aggirando anche le difese perimetrali più robuste. La valutazione rigorosa della sicurezza dei vendor e la segmentazione severa degli accessi di terze parti sono diventate componenti non negoziabili di una strategia di difesa moderna.

(Immagine in apertura: Shutterstock)