Studio Capgemini: la sovranità digitale completa è irrealistica, ma un’indipendenza selettiva è necessaria

La sovranità digitale è ormai entrata direttamente nelle sale dei consigli di amministrazione. Dopo anni di migrazioni verso il cloud, centralizzazione dei servizi e crescente dipendenza da pochi grandi fornitori tecnologici, molte aziende hanno infatti iniziato a chiedersi quanto controllo abbiano realmente sulla propria infrastruttura digitale.
La risposta, secondo l’ultimo studio del Capgemini Research Institute, è tutt’altro che rassicurante. Il 59% delle organizzazioni considera infatti irrealistico raggiungere una completa sovranità digitale. Un dato che segna la fine dell’idea secondo cui sovranità significhi costruire internamente ogni componente dello stack tecnologico e liberarsi completamente dai fornitori esterni.
In un’economia digitale globale, questa prospettiva sarebbe difficilmente sostenibile. Cloud, semiconduttori, modelli di intelligenza artificiale, cybersecurity, software enterprise e infrastrutture di rete dipendono da filiere internazionali estremamente complesse. L’obiettivo più realistico è quindi capire dove si trovano le dipendenze critiche, quali possono essere sostituite e quali invece devono essere gestite attraverso strategie di resilienza.
È qui che il concetto di sovranità digitale assume un significato molto più concreto, configurandosi come la capacità di mantenere il controllo sulle attività essenziali, evitare che un singolo fornitore diventi insostituibile e conservare margini di manovra quando cambiano le condizioni geopolitiche, normative o commerciali.
Il problema è che molte organizzazioni hanno costruito la propria trasformazione digitale con una velocità superiore a quella con cui hanno sviluppato strumenti di governance e controllo. La corsa verso il cloud ha semplificato l’accesso alle risorse IT e accelerato l’innovazione e l’intelligenza artificiale sta ora producendo un effetto simile, concentrando però ulteriormente il potere tecnologico nelle mani di un numero ristretto di aziende capaci di fornire infrastrutture, chip, modelli e piattaforme.
Secondo il Digital Sovereignty Index elaborato da Capgemini, l’86% delle organizzazioni analizzate presenta una significativa esposizione a filiere tecnologiche esterne o controllate da soggetti stranieri. Un dato particolarmente rilevante per l’Europa, dove il dibattito sulla dipendenza dalle grandi piattaforme statunitensi e sulle vulnerabilità della supply chain asiatica è diventato sempre più centrale.
Il problema, tuttavia, non riguarda soltanto la nazionalità di un fornitore. Una dipendenza tecnologica può diventare rischiosa anche quando tutti gli attori appartengono alla stessa area geografica. Il vero elemento critico è la concentrazione. Se un singolo hyperscaler ospita applicazioni fondamentali, gestisce i dati aziendali e fornisce gli strumenti di AI utilizzati dai dipendenti, uscire da quell’ecosistema può trasformarsi in un progetto lungo, costoso e tecnicamente complesso.
Ed è proprio il vendor lock-in uno degli ostacoli più evidenti emersi dalla ricerca. Oltre un terzo delle organizzazioni afferma che abbandonare un fornitore tecnologico critico richiederebbe più di dodici mesi. Ancora più significativo è il fatto che un’azienda su dieci dichiari di non avere alcuna alternativa realmente praticabile. Questo significa che la sovranità digitale non può essere affrontata soltanto attraverso policy e dichiarazioni di principio, ma richiede un lavoro molto più tecnico che parte dalla visibilità. Soltanto il 14% delle organizzazioni intervistate dispone infatti di una visione completa delle dipendenze presenti nell’intero ecosistema tecnologico.
È difficile costruire una strategia di resilienza quando non si sa con precisione quali servizi dipendano da un determinato cloud provider, dove siano ospitati i dati, quali componenti software utilizzino API proprietarie o quali processi aziendali possano bloccarsi in caso di indisponibilità di un singolo partner. La sovranità digitale sta quindi diventando sempre più una questione di architettura IT. Portabilità dei workload, standard aperti, interoperabilità, strategie multi-cloud e possibilità di migrare dati e applicazioni assumono un’importanza che fino a pochi anni fa veniva spesso considerata secondaria rispetto alla rapidità di deployment.
Il cambiamento è evidente anche ai vertici aziendali. Il 44% delle organizzazioni considera oggi la sovranità digitale una priorità assoluta per il board e quasi quattro aziende su cinque stanno già implementando una strategia oppure la stanno costruendo. La spinta principale è la necessità di proteggere la continuità operativa in un contesto geopolitico sempre meno prevedibile.
Gli Stati Uniti, l’Europa e l’area Asia-Pacifico interpretano però il concetto in modo diverso. Nel continente europeo la sovranità digitale è associata soprattutto alla riduzione dei rischi e alla resilienza, mentre negli Stati Uniti prevale maggiormente una lettura legata alla compliance. In Europa il 75% delle organizzazioni descrive la sovranità come una forma di “interdipendenza resiliente”, un concetto particolarmente interessante perché riconosce come realtà inevitabile che nessuna grande azienda moderna può essere completamente indipendente.
L’intelligenza artificiale è destinata a rendere questa discussione ancora più urgente, con tre organizzazioni su quattro che la considerano un’area prioritaria nella ricerca di maggiore sovranità tecnologica. La questione riguarda dove vengono eseguiti i modelli, chi controlla le infrastrutture di calcolo, dove risiedono i dati utilizzati per il training e l’inferenza e quali condizioni regolano l’accesso alle tecnologie più avanzate. Per settori come difesa, aerospazio, trasporti ed energia, questi interrogativi assumono una rilevanza strategica immediata.
C’è infine il fattore economico, visto che aumentare il livello di controllo e diversificare le dipendenze ha un costo. Secondo Capgemini, meno della metà delle organizzazioni è disposta a pagare un sovrapprezzo per la sovranità digitale, quantificato in media nel 23%. Costruire una seconda infrastruttura per ogni servizio critico sarebbe economicamente insostenibile per la maggior parte delle aziende.
Affidarsi completamente a un unico ecosistema, dall’altra parte, può generare rischi che diventano evidenti soltanto quando è ormai troppo tardi. La maturità digitale consisterà quindi sempre meno nel possedere tutta la tecnologia utilizzata e sempre più nella capacità di sapere esattamente da chi si dipende, per quali componenti e con quali alternative realmente disponibili.


