Marco Rubio chiede agli ambasciatori USA di combattere le iniziative di sovranità digitale

L’amministrazione Trump ha avviato una nuova fase di pressione diplomatica con l’obiettivo di contrastare l’espansione delle normative straniere che limitano la circolazione internazionale dei dati, imponendo vincoli alle modalità con cui le big tech statunitensi trattano le informazioni personali dei cittadini non americani. Secondo un documento interno del Dipartimento di Stato firmato dal Segretario di Stato Marco Rubio, tali regolamentazioni rischierebbero di compromettere l’operatività dei servizi cloud e delle piattaforme basate su intelligenza artificiale.
Il documento, classificato come “action request”, invita le rappresentanze diplomatiche statunitensi a monitorare e contrastare le iniziative legislative che impongono requisiti di localizzazione dei dati o restrizioni ai trasferimenti transfrontalieri. L’argomentazione ufficiale ruota attorno a quattro assi portanti: interruzione dei flussi globali di dati, incremento dei costi operativi, crescita dei rischi di cybersecurity e ampliamento del controllo governativo con potenziali effetti distorsivi sulle libertà civili.
Sul piano tecnico-giuridico, il confronto si inserisce nel dibattito sulla sovranità digitale. Con questa espressione, si indicano modelli regolatori che subordinano la raccolta, l’archiviazione e l’elaborazione dei dati personali a criteri territoriali stringenti. In alcuni casi, si richiede che i dataset generati in un determinato Paese siano conservati su server fisicamente collocati entro i confini nazionali, mentre in altri si limitano i trasferimenti verso giurisdizioni ritenute prive di adeguate garanzie di tutela.
Il riferimento europeo è inevitabile. L’Unione Europea infatti ha costruito negli ultimi anni un impianto normativo articolato che trova il suo perno nel General Data Protection Regulation (GDPR). Il regolamento del 2018 ha introdotto obblighi stringenti in materia di trasferimento internazionale dei dati personali, imponendo meccanismi di adeguatezza, clausole contrattuali standard e valutazioni d’impatto. Le sanzioni comminate a diverse multinazionali tecnologiche statunitensi hanno contribuito ad acuire la frizione transatlantica.
La centralità dei dati nell’ecosistema dell’intelligenza artificiale rende la questione ancora più sensibile. I modelli di machine learning su larga scala richiedono infatti volumi imponenti di informazioni eterogenee per l’addestramento e l’ottimizzazione. Limitare la possibilità di aggregare e processare dataset provenienti da più Paesi può incidere sulla qualità delle inferenze, sulla robustezza statistica e sulla competitività delle imprese che operano nel settore. Dal punto di vista di Washington, l’imposizione di barriere normative rischia di frammentare l’infrastruttura digitale globale, generando inefficienze e asimmetrie.
Il documento non si limita però al contesto europeo. Viene richiamato infatti anche il ruolo della Cina, accusata di integrare progetti infrastrutturali tecnologici con politiche restrittive in materia di dati, rafforzando così la propria influenza geopolitica e le capacità di sorveglianza. Negli ultimi anni, Pechino ha inasprito i controlli sul trasferimento transfrontaliero delle informazioni e sull’accesso ai dati detenuti dalle imprese nazionali, configurando un modello di governance fortemente statalizzato.
Parallelamente, l’amministrazione statunitense promuove sedi multilaterali alternative come il Global Cross-Border Privacy Rules Forum, iniziativa avviata nel 2022 insieme a Paesi quali Canada, Giappone e Australia per favorire un quadro interoperabile che concili libera circolazione dei dati e standard elevati di protezione della privacy, senza ricorrere a vincoli territoriali rigidi.
Il confronto si estende anche ad altri dossier regolatori europei. In precedenza, Rubio aveva sollecitato le sedi diplomatiche a mobilitarsi contro il Digital Services Act, normativa che impone alle grandi piattaforme online obblighi rafforzati di moderazione dei contenuti illegali e di gestione dei rischi sistemici. La lettura americana tende a interpretare tali interventi come potenziali strumenti di compressione della libertà di espressione e di penalizzazione competitiva delle imprese statunitensi.
Sullo sfondo della vicenda emerge una chiara divergenza strutturale tra modelli di governance del digitale. Se infatti l’approccio statunitense privilegia la fluidità dei mercati e l’innovazione guidata dal settore privato, l’Europa rivendica una regolazione fondata sulla tutela dei diritti fondamentali e sull’autonomia strategica. Un contrasto di vedute in cui la diplomazia dei dati diventa un’estensione della politica industriale e della competizione tecnologica globale, con l’IA che è ormai terreno privilegiato di scontro e ridefinizione degli equilibri internazionali.
(Immagine in apertura: Shutterstock)

