I cloud provider europei chiedono all’Antitrust misure sospensive contro Broadcom/VMware

Il confronto tra fornitori cloud europei e grandi player statunitensi si intensifica ulteriormente. L’organizzazione Cloud Infrastructure Service Providers in Europe (CISPE) ha infatti presentato una nuova denuncia antitrust contro Broadcom presso la Direzione Generale della Concorrenza della Commissione europea, accusando il gruppo americano di pratiche commerciali scorrette legate alla gestione delle licenze software.
Si tratta della seconda iniziativa di questo tipo intrapresa da CISPE, che punta il dito contro le condizioni imposte da fornitori dominanti extraeuropei nel mercato del cloud. Al centro della controversia ci sono le recenti decisioni di Broadcom successive all’acquisizione di VMware, che avrebbero avuto un impatto drastico sull’intero ecosistema cloud europeo.
Due mesi fa, Broadcom ha annunciato la chiusura del programma VMware Cloud Service Provider (VCSP) in Europa. Questa mossa si inserisce in un contesto già critico, caratterizzato da forti aumenti dei prezzi, pratiche di bundling e nuove condizioni contrattuali particolarmente onerose, come pagamenti anticipati e impegni minimi basati su stime di utilizzo anziché su consumi reali. Secondo CISPE, l’effetto combinato di queste misure ha portato a un incremento dei costi superiore al 1000%.
La cessazione del programma VCSP ha inoltre escluso la maggior parte dei provider cloud europei dalla possibilità di rivendere soluzioni VMware, lasciando spazio solo a un numero ristretto di partner selezionati. Questo ha comportato due conseguenze immediate: i clienti hanno visto ridursi drasticamente le opzioni disponibili e molti fornitori hanno perso in pochi giorni una quota significativa del proprio fatturato.
Le implicazioni, secondo CISPE, sono profonde. L’uscita forzata dal mercato di numerosi operatori europei rischia infatti di creare situazioni di monopolio di fatto, con aziende completamente dipendenti dalle soluzioni Broadcom. Una dinamica che contraddice apertamente gli obiettivi di sovranità digitale europea e rafforza la dipendenza da fornitori esteri.
Per questo motivo, CISPE ha richiesto misure cautelari urgenti. Tra le principali richieste figurano la sospensione immediata della chiusura del programma VCSP e la riammissione dei provider europei, così da consentire loro di continuare a offrire soluzioni VMware. L’associazione chiede inoltre il ripristino del programma “white label” eliminato nel 2025, che permetteva anche ai piccoli e medi operatori di integrare tecnologie VMware nelle proprie offerte.
Un ulteriore punto cruciale riguarda la protezione da eventuali ritorsioni. CISPE sottolinea la necessità di meccanismi chiari che impediscano a Broadcom di penalizzare i soggetti che sostengono la denuncia, accompagnati da un sistema sanzionatorio efficace per garantire il rispetto delle eventuali decisioni della Commissione.
Le preoccupazioni espresse da CISPE non sono isolate. L’iniziativa si affianca a quella dell’associazione tedesca Voice e.V., che rappresenta grandi clienti IT e aveva già presentato un reclamo simile nel maggio 2025. Più in generale, numerose organizzazioni e aziende europee condividono timori analoghi, anche se spesso evitano di esporsi pubblicamente per la forte dipendenza dalle tecnologie VMware.
Le dichiarazioni dei rappresentanti del settore rafforzano il quadro critico. Francisco Mingorance, segretario generale di CISPE, ha parlato di danni “irreparabili” causati da pratiche che ritiene illegali, sottolineando come dopo l’acquisizione di VMware siano stati introdotti aumenti di prezzo “ingiustificati” seguiti da ulteriori restrizioni che rappresentano un vero e proprio colpo finale per il mercato.
Anche Danielle Jacobs, CEO dell’associazione belga Beltug, evidenzia come già nel 2024 VMware abbia modificato in poche settimane prezzi, modelli di licensing e processi operativi, senza per altro fornire agli utenti il tempo necessario per adattarsi. Un’instabilità che continua ancora oggi a generare difficoltà tra i membri dell’organizzazione.
Sulla stessa linea Simon Besteman della Dutch Cloud Community, che parla di effetti “devastanti” per il mercato tra costi in forte aumento per i clienti, fornitori messi in difficoltà e un clima in cui il dissenso può portare a ritorsioni. Infine, Finn Vagner della Danish Cloud Community sottolinea come la situazione attuale esca completamente dagli standard di rischio accettati nel settore, con conseguenze sia immediate sia di lungo periodo per l’intera industria.
In questo scenario, l’intervento della Commissione europea appare sempre più probabile e, secondo molti operatori, necessario per ristabilire condizioni di concorrenza eque. La vicenda potrebbe inoltre rappresentare un precedente importante per la regolamentazione futura del mercato cloud europeo, in un momento in cui il tema della sovranità digitale è diventato centrale nelle politiche industriali dell’Unione.

