La nuova consultazione avviata dalla Commissione Europea sull’open source è un segnale politico e industriale piuttosto netto, con cui l’EU riconosce che il modo in cui ha finora trattato il software open source non è più sufficiente rispetto alla posta in gioco. Il tema centrale infatti non è più se l’open source sia utile o conveniente (cosa ormai scontata), ma come possa diventare un elemento strutturale della sovranità digitale europea al pari di reti, energia o logistica.

Nel documento Call for Evidence pubblicato pochi giorni fa, la Commissione utilizza un linguaggio insolitamente diretto per gli standard comunitari. La dipendenza da fornitori tecnologici extraeuropei viene definita una vulnerabilità strategica che limita la libertà di scelta, comprime la competitività e introduce rischi sistemici lungo le catene di approvvigionamento digitali. Cloud, infrastrutture critiche, piattaforme software e servizi avanzati sono tutti ambiti in cui l’Europa costruisce competenze e componenti, ma finisce spesso per consegnarne il valore economico e strategico a soggetti esterni, prevalentemente statunitensi.

In questo quadro, l’open source smette di essere un semplice modello di sviluppo collaborativo e diventa una leva geopolitica. Secondo la Commissione, trattarlo come una “core infrastructure” significa riconoscere che la maggior parte dell’economia digitale moderna poggia già su codice aperto. Le stime interne parlano di una quota compresa tra il 70 e il 90% del software contemporaneo basato, in tutto o in parte, su componenti open source. La differenza, tuttavia, sta nel fatto che l’Europa contribuisce in modo sostanziale alla costruzione di queste fondamenta, mentre il controllo delle piattaforme, dei modelli di business e della scalabilità resta spesso altrove.

La consultazione, aperta fino ai primi di febbraio, è il primo passo verso una strategia più ampia sugli European Open Digital Ecosystems. Rispetto al piano 2020–2023, concentrato soprattutto sull’uso interno del software open source da parte delle istituzioni UE, il cambio di prospettiva è evidente ed è teso a valorizzare l’open source come un asset economico, industriale e di sicurezza direttamente collegato a competitività, resilienza e autonomia strategica.

 

Crediti: Shutterstock

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Il perimetro è volutamente ampio e riflette le trasformazioni in corso nel mercato tecnologico. Cloud, intelligenza artificiale, cybersicurezza, open hardware e software industriale rientrano tutti nel campo di applicazione, con particolare attenzione a settori come l’automotive e la manifattura avanzata. Non si parla tra l’altro di sperimentazioni isolate o progetti pilota, ma di capacità di distribuzione, adozione e scalabilità. Il problema insomma non è più scrivere codice, ma farlo vivere e prosperare in contesti produttivi reali.

Bruxelles ammette implicitamente che la sola leva dei finanziamenti pubblici non ha risolto il nodo centrale. Programmi come Next Generation Internet, il supporto a RISC-V o le iniziative sull’open vehicle software hanno generato innovazione e know-how, ma troppo spesso i progetti non sono mai approdati a qualcosa di veramente concreto e tangibile. La transizione dal laboratorio al mercato resta infatti fragile, soprattutto per startup e PMI che faticano a sostenere costi di crescita, compliance e supporto a lungo termine.

Da qui l’insistenza sul concetto di “upscaling”. Sostenere le comunità di sviluppatori e le imprese emergenti richiede strumenti diversi dalla sola ricerca e sviluppo. Per questo la Commissione ipotizza un mix di misure che favorisca la contribuzione upstream, rafforzi le aziende europee basate su open source e riduca il rischio di fallimento nelle fasi più delicate della crescita. Sullo sfondo c’è anche un tema di sicurezza, dal momento che il codice aperto, se ben governato, consente una maggiore trasparenza sulle dipendenze software e rende più agevole individuare vulnerabilità lungo la supply chain digitale.

Il contesto globale rende questa riflessione ancora più urgente. L’open source è ormai profondamente intrecciato con il potere delle piattaforme, con i grandi gruppi tecnologici statunitensi che hanno costruito modelli di monetizzazione estremamente efficaci su infrastrutture collaborative sviluppate a livello globale. Persino GitHub, oggi parte dell’ecosistema Microsoft, ha segnalato più volte le difficoltà di sostenibilità che gravano su molti progetti critici. Le recenti prese di posizione di importanti fondazioni open source vanno nella stessa direzione e indicano che, senza un supporto strutturale, le fondamenta digitali su cui si regge l’economia globale rischiano di diventare sempre più fragili.

È in questo spazio, a metà tra politica industriale, sicurezza e sviluppo tecnologico, che l’Unione Europea tenta ora di posizionarsi. L’esito della consultazione dirà molto sulla capacità di tradurre dichiarazioni di principio in strumenti concreti e coerenti, ma intanto, ad apparire già chiaro, è che sull’open source si gioca la credibilità dell’autonomia tecnologica del continente.