Per anni la priorità dei data center è consistita nell’aumentare rapidamente la capacità di calcolo necessaria a cloud e intelligenza artificiale, mentre ora governi e autorità iniziano a chiedere conto delle risorse utilizzate per alimentare questa espansione. Ieri la Commissione europea ha proposto un nuovo sistema comune di classificazione per rendere più trasparenti consumi energetici e utilizzo dell’acqua dei data center.

La soglia individuata dall’UE è di 500 kW di capacità, al di sopra dei quali gli operatori dovranno fornire informazioni sull’efficienza energetica e idrica delle strutture attraverso un sistema di etichettatura progettato a livello europeo. Non si tratta ancora di un tetto ai consumi e neppure di un obbligo generalizzato a dichiarare quanta elettricità viene utilizzata complessivamente, ma l’obiettivo immediato è creare dati confrontabili che consentano di capire quanto efficientemente una struttura utilizzi le risorse disponibili.

L’acqua diventa una variabile strategica

Il passaggio più interessante riguarda il fatto che l’Europa non considera più l’efficienza dei data center una questione esclusivamente elettrica. I sistemi di raffreddamento possono richiedere quantità rilevanti di acqua e il loro impatto varia enormemente a seconda della disponibilità idrica dell’area in cui viene costruito il centro.

Gli operatori dovranno quindi fornire informazioni sul rapporto tra il consumo di acqua della struttura e il livello di stress idrico locale. Dovranno inoltre indicare se il data center può fornire servizi utili al sistema energetico, per esempio attraverso il recupero e il riutilizzo del calore prodotto dai server. La logica è quella di trasformare il data center da semplice grande consumatore di elettricità in un’infrastruttura che possa, almeno in parte, interagire con la rete e con i sistemi energetici circostanti.

La questione diventa particolarmente delicata con l’IA. L’addestramento e l’inferenza dei modelli più avanzati richiedono acceleratori sempre più potenti e concentrati, con densità di calcolo che aumentano rapidamente. A parità di superficie, un data center progettato per carichi IA può quindi avere esigenze energetiche e termiche molto diverse rispetto a una struttura tradizionale dedicata prevalentemente a storage, database o applicazioni cloud.

Capacità europea destinata a crescere rapidamente

Intanto, l’UE si trova davanti a un’apparente contraddizione. Da una parte vuole aumentare drasticamente la propria capacità di calcolo per sostenere lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e rafforzare la propria sovranità tecnologica, ma dall’altra deve evitare che questa espansione produca una pressione insostenibile sulle reti elettriche e sulle risorse naturali.

data center acqua

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Secondo la Commissione, i data center rappresentano oggi circa il 2,5% dei consumi elettrici dell’Unione europea. La capacità installata dovrebbe passare dai circa 12 GW del 2025 a 28 GW entro il 2030, mentre l’obiettivo strategico europeo è arrivare a triplicare la capacità complessiva nei prossimi anni.

La trasparenza sarà quindi soltanto il primo passaggio. La Commissione ha infatti avviato il percorso verso possibili standard minimi obbligatori di prestazione per i data center, con una proposta legislativa prevista per il secondo trimestre del 2027. La consultazione pubblica resterà aperta fino al 14 dicembre 2026.

California e Texas affrontano lo stesso problema

Il fenomeno non riguarda però soltanto l’Europa, visto che anche negli Stati Uniti due dei principali poli per lo sviluppo dei data center stanno adottando misure differenti ma riconducibili allo stesso problema.

In California, il governatore Gavin Newsom ha firmato un pacchetto di sette provvedimenti che introducono nuovi obblighi per il settore, con particolare attenzione a consumi elettrici, acqua, utilizzo del territorio e supervisione locale. Le norme puntano anche a evitare che i costi delle nuove infrastrutture energetiche e degli interventi sulla rete vengano trasferiti agli altri utenti.

La reazione dell’industria è stata critica. La Data Center Coalition ha avvertito che requisiti aggiuntivi e maggiore incertezza normativa potrebbero rendere la California meno attrattiva per nuovi investimenti e spostare parte dei progetti verso altri Stati. È uno dei punti centrali del confronto: maggiore controllo e trasparenza possono aumentare i costi di sviluppo, ma l’assenza di regole può trasferire sui territori una parte dei costi infrastrutturali e ambientali.

In Texas il cambio di approccio è ancora più netto. Il governatore Greg Abbott ha bloccato il rilascio di nuovi permessi statali per i data center fino al completamento di un’ampia verifica sull’impatto di queste strutture sulla rete elettrica. Nel frattempo, l’ERCOT (Electric Reliability Council of Texas) sta esaminando consumi energetici, incentivi fiscali e utilizzo dell’acqua.

La scala del problema è evidente dai progetti in attesa di connessione alla rete texana. Si parla infatti di oltre 470 GW di richieste relative a data center e altri grandi consumatori di energia, una quantità superiore di oltre cinque volte alla domanda di picco dello Stato. Non significa che tutta questa capacità verrà effettivamente realizzata, ma fotografa la dimensione delle richieste infrastrutturali generate dalla corsa all’IA.

Al tempo stesso però l’amministrazione Trump, tramite l’agenzia ambientale statunitense (EPA), sta rimuovendo le restrizioni sulle emissioni delle centrali elettriche e valuta di eliminare gli obblighi di reporting per i piccoli inquinatori, inclusi i data center con generazione elettrica on-site. Ciò significa che le loro emissioni potrebbero non essere più divulgate pubblicamente, in netto contrasto proprio con l’inasprimento regolatorio della California e con la sostenibilità ESG e la due diligence dei fornitori cloud statunitensi.

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