Xi Jinping rilancia la sfida globale sull’AI: la Cina punta su open source e nuovi standard internazionali

L’intelligenza artificiale è ormai diventata uno dei principali terreni di confronto geopolitico tra Cina e Stati Uniti. Se fino a pochi anni fa la competizione riguardava soprattutto semiconduttori, reti 5G e supercalcolo, oggi il baricentro si è spostato sulla definizione delle regole che disciplineranno lo sviluppo dell’AI nei prossimi decenni. Lo ha dimostrato ancora una volta l’intervento del presidente cinese Xi Jinping all’apertura nelle scorse ore della World Artificial Intelligence Conference (WAIC) di Shanghai, utilizzata come piattaforma per delineare una visione alternativa a quella promossa da Washington.
Nel suo discorso, Xi ha definito l’intelligenza artificiale una rivoluzione tecnologica paragonabile all’invenzione della macchina a vapore o dell’elettricità, sottolineando come il suo impatto si estenderà ben oltre il settore tecnologico, trasformando economia, industria e società. Per questo motivo, secondo il leader cinese, l’accesso all’AI non dovrebbe diventare un privilegio riservato a pochi Paesi, ma rappresentare un’opportunità condivisa a livello globale.
Uno dei pilastri della strategia illustrata da Pechino riguarda infatti la promozione dei modelli open source e, più precisamente, dei modelli open weight. La Cina intende presentare questa filosofia come un bene pubblico internazionale, sostenendo che la disponibilità di tecnologie aperte possa accelerare l’innovazione e ridurre il divario digitale tra le economie più avanzate e quelle emergenti. Xi ha inoltre promesso programmi di formazione, trasferimento di competenze e iniziative di cooperazione dedicate ai Paesi del cosiddetto Global South, con particolare attenzione ai membri dei BRICS, dell’ASEAN, dell’Unione Africana e dell’America Latina.
La mossa ha un evidente significato politico oltre che tecnologico. Mentre gli Stati Uniti guidano un ecosistema fondato sui grandi fornitori privati, sui controlli alle esportazioni e sulle alleanze strategiche con i Paesi occidentali, Pechino cerca di costruire una rete alternativa che faccia leva sulla condivisione delle tecnologie AI e sulla definizione di standard internazionali differenti. Pur senza citare direttamente Washington, il messaggio di Xi è apparso chiaramente indirizzato agli Stati Uniti e alla crescente influenza esercitata dalle Big Tech americane nello sviluppo dei modelli di frontiera.
Negli ultimi mesi i media statali cinesi hanno più volte accusato gli Stati Uniti di voler creare una sorta di “cortina di ferro dell’intelligenza artificiale”, limitando l’accesso alle tecnologie più avanzate attraverso restrizioni commerciali e controlli sulle esportazioni di chip e software. La risposta di Pechino consiste nel promuovere un ecosistema aperto che, almeno nelle intenzioni ufficiali, favorisca una partecipazione più ampia dei Paesi in via di sviluppo. Il messaggio arriva non a caso in una fase in cui i modelli sviluppati dalle aziende cinesi stanno rapidamente riducendo il divario rispetto alle principali piattaforme occidentali. Durante il WAIC, la startup Moonshot AI ha presentato Kimi K3, descritto dall’azienda come il più grande modello open AI al mondo per numero di parametri. Un annuncio che testimonia la crescente maturità dell’ecosistema cinese, ormai capace di competere con realtà come OpenAI, Anthropic e Google anche sul piano dell’innovazione.
Questa apertura, tuttavia, convive con una politica interna decisamente più prudente. Secondo diverse indiscrezioni, il governo cinese starebbe valutando restrizioni all’accesso dall’estero ad alcuni dei propri modelli AI più avanzati per ragioni di sicurezza nazionale. Una scelta che evidenzia la complessità della strategia di Pechino, intesa a promuovere l’open source come strumento diplomatico mantenendo però uno stretto controllo sulle tecnologie considerate strategiche.
Nel suo intervento Xi ha affrontato anche il tema della sicurezza dell’intelligenza artificiale, adottando toni più netti rispetto al passato. Ha ribadito che i sistemi AI dovranno restare sempre sotto il controllo umano e ha invitato la comunità internazionale a sviluppare meccanismi condivisi di allerta precoce e risposta alle emergenze. Il presidente cinese ha inoltre richiamato l’attenzione sui rischi legati ai sistemi autonomi, sottolineando la necessità di prevenire scenari nei quali l’intelligenza artificiale possa operare al di fuori della supervisione umana.
L’intervento si inserisce in una più ampia strategia diplomatica culminata con la nascita della World AI Cooperation Organisation (WAICO), organismo promosso dalla Cina che può già contare sull’adesione di 29 Paesi. Per Xi rappresenta un passaggio storico nella costruzione di una governance internazionale dell’intelligenza artificiale più inclusiva, soprattutto nei confronti delle economie emergenti che finora hanno avuto un ruolo marginale nella definizione delle regole globali. Secondo numerosi osservatori, il lancio di WAICO segna il tentativo della Cina di passare da semplice utilizzatore delle regole internazionali a protagonista della loro definizione. La leadership di Pechino ritiene infatti che il futuro dell’AI si giocherà sia sulla superiorità tecnologica dei modelli, sia sulla capacità di stabilire standard, normative e principi condivisi a livello mondiale.
Il confronto con Washington appare quindi sempre più strutturato. Gli Stati Uniti hanno raccolto il sostegno di 35 Paesi attraverso la propria AI Opportunity Statement, mentre la Cina può contare, almeno per ora, sui 29 membri della nuova organizzazione internazionale. Le due iniziative riflettono approcci profondamente differenti, con il modello USA orientato a favorire l’innovazione attraverso un quadro regolatorio meno vincolante e quello cinese che punta invece sull’accessibilità delle tecnologie open source e sulla costruzione di nuove alleanze con il Global South.
(Immagine in apertura: Shutterstock)

