Atlassian ha deciso di accelerare la trasformazione di Forge in una piattaforma cloud sempre più orientata a un modello “pay-as-you-scale”. Dal 1° luglio 2026 entra infatti in vigore la fatturazione a consumo per l’Object Store integrato nell’ecosistema Forge, una modifica che interessa direttamente sviluppatori, software house e partner che costruiscono applicazioni per Jira, Confluence e gli altri servizi Atlassian Cloud.

La novità arriva in una fase particolarmente delicata per il mercato enterprise. Negli ultimi anni, Atlassian ha spinto in modo aggressivo verso il cloud, ridimensionando progressivamente il peso delle installazioni on-premise e incentivando la migrazione verso un’infrastruttura completamente gestita. Forge, diventato il pilastro tecnico di questa strategia, è un framework serverless pensato per ospitare applicazioni cloud-native direttamente all’interno dell’ecosistema Atlassian, con controlli di sicurezza, isolamento dei dati e gestione automatica delle risorse.

L’introduzione della tariffazione per l’Object Store segna un ulteriore passaggio verso una logica infrastrutturale molto simile a quella adottata dai grandi hyperscaler come AWS, Google Cloud e Microsoft Azure. In pratica, gli sviluppatori inizieranno a pagare in funzione del reale utilizzo delle risorse, abbandonando il vecchio approccio basato su quote statiche e limiti rigidi.

L’elemento più interessante riguarda proprio il compromesso scelto da Atlassian. Da una parte debutta la fatturazione a consumo per le richieste effettuate sull’Object Store, ma dall’altra il limite gratuito mensile viene raddoppiato rispetto alle soglie inizialmente previste durante le prime fasi di preview. La piattaforma offrirà infatti 5.000 richieste gratuite ogni mese per applicazione, mentre le richieste eccedenti verranno fatturate a circa 0,001353 dollari per mille operazioni.

A prima vista il costo può sembrare trascurabile, soprattutto per applicazioni di piccole dimensioni o per plugin interni utilizzati da team limitati. Il quadro cambia rapidamente quando si entra nel territorio delle integrazioni enterprise, delle automazioni massive e dei workflow ad alta frequenza. In questi scenari infatti il numero di richieste può crescere in modo esponenziale, specialmente quando si gestiscono allegati, contenuti binari, esportazioni automatiche o sincronizzazioni continue tra servizi diversi.

L’Object Store di Forge nasce infatti per gestire file e dati non strutturati direttamente all’interno dell’infrastruttura Atlassian. È una componente cruciale per gli sviluppatori che vogliono evitare storage esterni e mantenere i dati confinati nell’ambiente cloud della piattaforma. Atlassian insiste molto su questo aspetto perché rappresenta uno dei principali vantaggi competitivi di Forge rispetto alle vecchie app Connect, storicamente più aperte ma anche più difficili da controllare sul piano della sicurezza e della compliance.

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Il punto chiave, però, è che il nuovo modello introduce un livello di imprevedibilità economica che molte aziende stanno iniziando a guardare con crescente cautela. Nel mondo cloud moderno il problema raramente riguarda il semplice costo dello storage, visto che a incidere sono soprattutto le micro-operazioni come richieste API, letture, scritture, logging, invocazioni serverless e traffico generato da workflow automatizzati. È una dinamica che ormai caratterizza praticamente ogni piattaforma SaaS evoluta.

Atlassian sembra esserne pienamente consapevole. Non a caso, parallelamente all’annuncio delle nuove tariffe, l’azienda ha pubblicato documentazione tecnica molto dettagliata dedicata all’ottimizzazione dei costi Forge. Gli sviluppatori vengono invitati a ridurre logging superfluo, minimizzare le scritture sul Key-Value Store e contenere le invocazioni ripetitive delle funzioni serverless. Segnale evidente di quanto il controllo dei consumi stia diventando centrale nella progettazione delle app cloud-native.

La trasformazione di Forge riflette anche il cambiamento più ampio del mercato Atlassian. Sempre più organizzazioni utilizzano Jira e Confluence come veri hub operativi aziendali, con livelli di personalizzazione enormemente superiori rispetto al passato. Questo genera una mole crescente di automazioni, integrazioni API e workload continui che inevitabilmente impattano sui costi infrastrutturali. Le discussioni nelle community tecniche mostrano chiaramente una certa preoccupazione verso limiti API, pricing variabile e soglie operative spesso difficili da prevedere in ambienti enterprise complessi.

C’è poi un altro elemento che rende la questione particolarmente attuale ed è l’integrazione dell’intelligenza artificiale dentro l’ecosistema Atlassian. Forge è destinato a diventare la base tecnica anche per molti servizi AI legati a Rovo e alle future automazioni intelligenti della piattaforma. Questo significa che il volume di richieste, dati elaborati e operazioni server-side potrebbe crescere rapidamente nei prossimi trimestri. Atlassian ha già introdotto modelli di billing separati per le componenti AI e per il consumo di crediti LLM, anticipando di fatto uno scenario dove i costi operativi saranno strettamente legati all’effettivo utilizzo computazionale delle applicazioni.

Per gli sviluppatori indipendenti il raddoppio del limite gratuito rappresenta comunque un segnale distensivo, con molte app di piccole e medie dimensioni che continueranno probabilmente a restare entro le soglie free tier senza generare costi significativi. Diverso il discorso per partner enterprise e vendor Marketplace più grandi, che dovranno iniziare a monitorare con attenzione pattern di traffico, architetture storage-intensive e modelli di caching per evitare incrementi inattesi nella fatturazione mensile.