Studio Broadcom: i costi, più che la sicurezza, fanno crescere la voglia di cloud privato per inferenza AI

L’intelligenza artificiale sta entrando in una fase molto diversa rispetto agli ultimi due anni. La stagione delle sperimentazioni, dei proof-of-concept e dei progetti pilota sta lasciando spazio a implementazioni operative sempre più estese, con carichi di lavoro reali, continui e ad alta intensità computazionale. Ed è proprio in questa transizione che il cloud pubblico sta mostrando limiti inattesi sul fronte economico, gestionale e normativo.
Il nuovo report Private Cloud Outlook 2026 pubblicato da Broadcom fotografa un cambio di paradigma che potrebbe ridefinire l’intera architettura IT enterprise nei prossimi anni. Secondo lo studio, il cloud privato sta diventando la piattaforma privilegiata per portare l’AI in produzione, soprattutto quando entrano in gioco governance dei dati, prevedibilità dei costi e controllo operativo.
Il dato più significativo riguarda l’inferenza AI, cioè la fase in cui i modelli vengono utilizzati concretamente nelle attività aziendali quotidiane. Il 56% delle organizzazioni intervistate dichiara di utilizzare o pianificare l’utilizzo del cloud privato per eseguire workload AI in produzione. Parallelamente, il ricorso al cloud pubblico per gli stessi scenari è crollato dal 56% al 41% nell’arco di appena dodici mesi.
Una variazione enorme, soprattutto considerando che fino a poco tempo fa il cloud pubblico veniva percepito come la destinazione naturale dell’intelligenza artificiale grazie alla disponibilità immediata di GPU, servizi scalabili e piattaforme gestite. Oggi, però, la situazione appare molto più complessa.
Le aziende stanno scoprendo che i costi dell’AI generativa e agentica crescono in modo quasi esponenziale quando i modelli passano dalla fase di test all’utilizzo su larga scala. Addestrare un sistema è oneroso, ma mantenerlo operativo in produzione per migliaia o milioni di richieste quotidiane può trasformarsi rapidamente in un problema finanziario difficile da prevedere.
Il report evidenzia infatti come il costo sia diventato la principale preoccupazione legata al cloud pubblico, superando persino la sicurezza. Nel 2025 il tema economico rappresentava il primo timore per il 26% dei responsabili IT, mentre oggi quella percentuale sale al 31%, segnale evidente di un deterioramento nella percezione della sostenibilità finanziaria del modello hyperscale.
Ancora più impressionante il dato relativo agli sprechi. Il 97% dei responsabili IT ritiene che una parte della spesa cloud venga sostanzialmente inutilizzata, mentre oltre la metà degli intervistati stima che gli sprechi superino addirittura il 25% del budget complessivo destinato al cloud pubblico. Questo scenario sta alimentando il fenomeno della “repatriation”, termine con cui si indica il ritorno dei workload dall’infrastruttura pubblica verso ambienti privati o on-premise. Secondo il rapporto, l’83% delle aziende sta valutando questa possibilità e il 50% ha già riportato internamente almeno una parte dei propri carichi di lavoro.
A spingere verso il cloud privato non è però soltanto una questione economica. L’intelligenza artificiale introduce livelli di complessità completamente nuovi nella gestione della sicurezza aziendale. Il 37% degli intervistati individua infatti nella protezione dei dati e nella privacy la sfida più critica legata all’AI, mentre il 36% punta il dito contro problemi di controllo operativo e governance.
In pratica, molte aziende si stanno rendendo conto che affidare enormi volumi di dati sensibili a piattaforme esterne può generare rischi difficili da accettare, soprattutto nei settori altamente regolamentati. Finanza, sanità, pubblica amministrazione e life science sono oggi tra gli ambiti più aggressivi nell’adozione di strategie cloud private proprio per mantenere il pieno controllo sulle informazioni critiche.
Il tema della sovranità digitale sta assumendo un peso crescente anche a livello geopolitico. Per la prima volta il report mostra come le esigenze di sovranità e residenza dei dati abbiano superato le tradizionali problematiche di compliance normativa tra le priorità infrastrutturali delle aziende.
Il 54% dei responsabili IT considera oggi la localizzazione dei dati un fattore strategico determinante, superiore persino agli obblighi regolatori specifici delle singole giurisdizioni. In altre parole, le imprese non si limitano più a chiedersi se siano conformi alle normative, ma vogliono sapere dove risiedono fisicamente i dati, chi li controlla e quali implicazioni geopolitiche possano emergere nel tempo.
Secondo Broadcom, quattro CIO su cinque affermano che la situazione geopolitica globale sta già influenzando direttamente le strategie IT e le operations aziendali. Guerre commerciali, tensioni internazionali, normative sulla sovranità digitale e crescente frammentazione tecnologica stanno infatti spingendo molte organizzazioni verso infrastrutture percepite come più controllabili e resilienti.
In questo contesto, il cloud privato viene ormai considerato una componente strategica dell’autonomia digitale enterprise. La crescita degli investimenti conferma questa direzione se si pensa che l’intenzione di spesa sul cloud privato sta aumentando a un ritmo doppio rispetto a quella sul cloud pubblico in un orizzonte triennale, con un incremento di 21 punti contro 10.
Non a caso, il 58% dei responsabili IT indica ormai la creazione di nuovi workload direttamente su cloud privato come priorità assoluta. Un anno fa la percentuale era al 53% e se in apparenza può risultare una progressione contenuta, è in realtà sufficiente per evidenziare un cambiamento strutturale nel modo in cui le imprese stanno progettando l’infrastruttura destinata a sostenere l’AI dei prossimi anni.


