Il report di KPMG sull’eccellenza nell’AI azzecca solo 5 citazioni su 45

Il caso che in questi giorni sta scuotendo il settore della consulenza strategica riguarda KPMG International e il suo whitepaper di ottobre 2025, un documento che avrebbe dovuto celebrare i fasti dell’intelligenza artificiale agentica e che invece si è trasformato in un boomerang reputazionale di proporzioni macroscopiche.
Il castello di carte è crollato sotto la lente di ingrandimento di GPTZero, una realtà specializzata nell’analisi forense dei testi digitali. Esaminando le note a piè di pagina dello studio di KPMG intitolato Total Experience: Redefining Excellence in the Age of Agentic AI, i ricercatori hanno scoperto uno scenario sconcertante. Su 45 fonti bibliografiche inserite a supporto delle tesi macroeconomiche del report, soltanto cinque si sono rivelate corrette e verificabili. Il resto della documentazione oscillava pericolosamente tra il travisamento dei fatti, la vaghezza metodologica e la pura e semplice invenzione scientifica.
Per descrivere questa deriva metodologica, gli analisti hanno addirittura coniato il neologismo “vibe citing”, l’equivalente accademico del programmare a braccio fidandosi dell’istinto dell’algoritmo. In sostanza, i sistemi generativi applicati alla stesura di testi complessi tendono a cucire insieme frammenti di informazioni reali, impastandoli con titoli verosimili ma inesistenti e collegamenti ipertestuali interrotti. Il risultato visivo è impeccabile e ha l’aspetto di una ricerca rigorosa e autorevole, ma la sua consistenza svanisce non appena un lettore umano decide di cliccare sui link o di verificare l’esistenza dei saggi menzionati.
L’aspetto più critico dell’indagine risiede nella manipolazione dei casi di studio industriali. All’interno del documento, venivano infatti esaltate le implementazioni tecnologiche di avanguardia presso istituzioni del calibro di UBS, delle Ferrovie Federali Svizzere e di Transport for London. Peccato che, secondo i riscontri tecnici, le fonti originali non sostenessero affatto le conclusioni trionfalistiche di KPMG, presentando parafrasi talmente spinte da invalidare l’intera impalcatura del ragionamento.
Un esempio lampante di questa totale disconnessione dalla realtà materiale è emerso nell’analisi delle operazioni della compagnia aerea Emirates. Gli autori del report descrivevano con entusiasmo un assistente virtuale mobile chiamato Sara, capace di dialogare fluidamente con i viaggiatori e di modificare autonomamente le prenotazioni dei voli. La realtà tecnologica, facilmente riscontrabile nella cronaca aziendale del 2023, dipinge una situazione radicalmente diversa. Sara infatti non è un chatbot accessibile da smartphone, bensì un braccio robotico stazionario per il check-in che non possiede alcuna facoltà di intervento sui sistemi di biglietteria.
Il cortocircuito algoritmico ha finito per minare la coerenza interna della stessa azienda. Nel documento incriminato si legge infatti che il 55% dei CEO considera l’intelligenza artificiale la massima priorità di investimento; una cifra smentita clamorosamente dal CEO Outlook della stessa KPMG che, pubblicato nello stesso mese, fissava quel dato al 71%. Questa netta discrepanza mette a nudo la mancanza di una supervisione umana centralizzata e un affidamento cieco ad automazioni prive di coordinamento.
La vicenda di KPMG rappresenta il sintomo di una pressione sistemica che sta spingendo il settore della consulenza verso l’adozione forzata dell’automazione a tutti i costi. Le cronache recenti sono costellate di episodi simili, come il risarcimento che Deloitte ha dovuto versare al governo australiano per contenuti fallaci inseriti in una relazione pubblica, o le direttive interne di Accenture e PwC che legano avanzamenti di carriera e permanenza in azienda all’uso quotidiano degli assistenti digitali.
La reazione di KPMG è stata una ritirata strategica. Il report è stato rimosso dai server aziendali e i portavoce hanno avviato un’indagine interna, richiamando formalmente il personale al rispetto delle linee guida sulla supervisione umana. Resta il fatto che la lezione più nitida sull’inaffidabilità dell’intelligenza artificiale non è arrivata da un laboratorio universitario, ma dagli uffici di chi quella tecnologia doveva confezionarla e venderla al mercato come il futuro del business globale.
(Immagine in apertura: Shutterstock)

