La legge lombarda sui data center, tra incentivi all’innovazione e tutela del territorio

L’approvazione della Legge Regionale del 26 maggio 2026 posiziona la Lombardia come un laboratorio normativo d’avanguardia in risposta alla pressione esercitata dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Come riportato nello studio elaborato da LCA Studio Legale, il legislatore regionale ha infatti adottato una definizione di data center che abbraccia tanto la struttura fisica quanto l’infrastruttura tecnologica dedicata alla gestione dei flussi digitali, allineandosi ai dettami europei per garantire coerenza internazionale.
La priorità assoluta viene concessa agli insediamenti che scelgono aree dismesse, contaminate o sottoutilizzate, cercando una simbiosi con le infrastrutture elettriche esistenti per minimizzare i nuovi scavi e l’impatto visivo. Questa scelta strategica riflette la volontà di limitare il consumo di suolo vergine, un tema che diventa cruciale quando si parla di strutture che possono occupare decine di migliaia di metri quadrati.
Sul fronte energetico e ambientale, la legge impone un cambio di paradigma che va oltre la semplice efficienza del PUE (Power Usage Effectiveness). L’obbligo di puntare su fonti a impatto carbonico neutrale e la massimizzazione dell’uso delle superfici disponibili per la produzione energetica in situ rappresentano requisiti stringenti, anche se la vera sfida tecnica si gioca sul recupero del calore e sulla gestione idrica.
La normativa spinge verso il riutilizzo dell’energia termica di scarto per alimentare reti di teleriscaldamento o comunità energetiche, trasformando un’esternalità negativa in una risorsa per la collettività. Parallelamente, viene posto un freno severo al prelievo d’acqua dolce per il raffreddamento, privilegiando circuiti chiusi, riciclo delle acque grigie e soluzioni che non intacchino le riserve potabili o irrigue.
Per rendere queste prescrizioni appetibili agli investitori, la Lombardia ha messo sul piatto un sistema di premialità economica e procedurale piuttosto aggressivo. Gli operatori che aderiscono alle priorità di rigenerazione urbana possono infatti beneficiare di una riduzione sensibile del contributo di costruzione specificamente sulla quota relativa allo smaltimento dei rifiuti, con sconti che oscillano tra il 10% e il 30% a discrezione dei comuni. A questo si aggiunge un alleggerimento drastico dei vincoli sui parcheggi pertinenziali, che possono essere ridotti fino al 75%, liberando spazio prezioso per l’infrastruttura core.
La governance dei processi autorizzativi subisce una sterzata verso l’accentramento per i progetti di maggiore scala. La creazione dello Sportello regionale per i data center punta a centralizzare i procedimenti che richiedono l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA), agendo come un’unica interfaccia per investitori che spesso si scontrano con la frammentazione degli enti locali. Per le strutture che non raggiungono le soglie AIA, interviene una task force dedicata con l’obiettivo di uniformare i procedimenti di Autorizzazione Unica Ambientale, evitando che ogni provincia o comune proceda in ordine sparso.
La qualificazione urbanistica è stata finalmente chiarita per evitare le incertezze del passato. Sopra i 5 MW di potenza, i data center sono considerati insediamenti produttivi, mentre sotto tale soglia possono essere integrati in zone terziarie o direzionali. Se la struttura è integrata con impianti di teleriscaldamento, la flessibilità aumenta, permettendo l’insediamento anche in aree destinate a servizi tecnologici. La legge non usa però solo la carota degli incentivi, ma brandisce anche il bastone della tassazione punitiva per chi insiste a occupare suolo agricolo.
In questi casi, il contributo di costruzione raddoppia e addirittura triplica se l’area rientra in zone protette, rendendo l’espansione indiscriminata economicamente insostenibile. Un elemento di grande rilievo è la distinzione basata sulla potenza richiesta. Sopra i 10 MW, il progetto assume una rilevanza sovracomunale, attivando conferenze di concertazione e accordi territoriali per gestire gli impatti sociali e infrastrutturali che eccedono il singolo comune.
Se si superano i 50 MW, o se l’impatto coinvolge più province, la regia passa direttamente alla Regione, garantendo che le decisioni su asset così critici siano prese con una visione d’insieme. Questi accordi sono sedi di pianificazione dove vengono definite le misure perequative e le compensazioni ambientali strategiche.
L’efficacia di questo impianto normativo dipenderà in larga misura dalla rapidità dei comuni nel censire le aree dismesse, compito che deve essere portato a termine entro un anno. La creazione di una cabina di regia permanente e l’interoperabilità con le banche dati europee suggeriscono l’intenzione di mantenere un monitoraggio costante sul settore, pronti ad aggiornare le regole se l’evoluzione tecnologica lo richiederà. Anche il regime transitorio è stato disegnato con cura, preservando i procedimenti già avviati e fornendo scadenze brevi per l’adozione delle linee guida attuative, necessarie per rendere operative le semplificazioni dello Sportello regionale e le procedure degli accordi territoriali.
L’approccio lombardo tenta di bilanciare l’attrattività economica con una visione etica del territorio, dove la densità tecnologica deve coincidere con una riduzione dell’impronta ambientale. La scelta della localizzazione diventa quindi il fattore strategico primario, con la conseguenza che il successo di un progetto, oltre che in Petaflops, so misurerà nella capacità di rigenerare un comparto industriale dismesso e di integrarsi termicamente con il quartiere circostante.
È un segnale forte che si inserisce nel solco delle riflessioni nazionali sulla delega al Governo per il potenziamento dei CED (Centri Elaborazione Dati), cercando di anticipare una frammentazione normativa che finora ha frenato lo sviluppo infrastrutturale del Paese. L’operatività della Giunta Regionale nei prossimi sessanta giorni sarà decisiva per definire i parametri tecnici e le soglie di efficienza che faranno della Lombardia un polo digitale realmente sostenibile.
(Immagine in apertura: Shutterstock)


