L’Europa si trova a un bivio storico nella sua corsa verso la sovranità digitale. Se però è vero che la spinta per liberarsi dalla dipendenza dalle Big Tech USA cresce, è altrettanto vero che tale spinta si scontra con un dibattito interno che ne tempera la portata. Sullo sfondo, c’è la tensione tra la necessità di autonomia strategica e la realtà di un ecosistema digitale profondamente intrecciato con gli Stati Uniti. Tensione acuita dal fatto che Amazon, Microsoft e Google controllano circa il 65% del mercato cloud europeo, mentre l’80% della spesa aziendale per software è destinata a fornitori americani.

Un recente sondaggio citato da Politico rivela inoltre che l’86% degli europei considera plausibile una restrizione improvvisa dell’accesso ai servizi digitali statunitensi, mentre il 59% la vede come un rischio concreto già oggi. Il timore che gli Stati Uniti possano sfruttare questa dipendenza attraverso strumenti legali o sanzionatori, fino a ipotizzare un “kill switch” digitale, alimenta il dibattito politico. Il Future of Technology Institute di Bruxelles ha evidenziato nell’analisi Cloud Defense: An Exposed European Flank come oltre tre quarti degli Stati europei dipendano dalle grandi aziende tecnologiche statunitensi per funzioni critiche di sicurezza nazionale.

Non a caso, Bruxelles sta lavorando a nuove iniziative per rafforzare la sovranità digitale, ma le azioni più concrete sono fin qui arrivate a livello nazionale e locale e non comunitario. La Francia, ad esempio, ha limitato l’uso di strumenti come Zoom e Microsoft Teams e sistemi operativi come Windows a favore di Linux. Amsterdam ha avviato un piano pluriennale per ridurre la dipendenza da software americano, con l’obiettivo di trasferire dati sensibili e sistemi critici su infrastrutture europee entro il 2035.

Il caso più avanzato è quello dello Schleswig-Holstein, nel nord della Germania, che ha avviato un processo di uscita dalle tecnologie statunitensi nella pubblica amministrazione con il passaggio a LibreOffice, la migrazione di 40mila account email e la futura sostituzione di Windows con Linux.

europa satelliti

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In questo scenario, l’UE si sta comunque muovendo su diversi fronti. Il primo riguarda la revisione del processo di assegnazione dello spettro per i servizi satellitari mobili, attualmente utilizzato dalle aziende statunitensi Viasat ed EchoStar. La banda a 2 GHz è considerata strategica per usi militari e commerciali e il nuovo processo, che partirebbe dopo la scadenza a maggio 2027 delle attuali licenze, potrebbe favorire l’ingresso di operatori europei come OVHCloud e Deutsche Telekom limitando al contempo l’espansione di Starlink in Europa, che però non sarebbe del tutto bloccata.

Si parla infatti di due terzi dello spettro satellitare mobile futuro affidato ad aziende europee e di un terzo che rimarrà comunque a disposizione di soggetti extraeuropei. Dal canto suo, l’associazione di lobbying CCIA, che annovera tra i suoi membri Amazon, Google, Meta ed EchoStar, ha messo in guardia contro “l’esclusione generalizzata delle aziende non UE”, sostenendo che le politiche digitali europee potrebbero tradursi in un protezionismo capace di ridurre la libertà di scelta dei consumatori.

Per quanto riguarda invece il cloud, le preoccupazioni legate sia alla vulnerabilità delle informazioni sensibili europee nei confronti di attori ostili, sia al ritardo dell’Europa rispetto a Stati Uniti e Cina nei servizi digitali stanno plasmando il Cloud and AI Development Act dell’UE, che dovrebbe essere presentato il 3 giugno dopo ripetuti rinvii causati da divisioni interne.

“L’attuale contesto geopolitico ha dimostrato le nostre vulnerabilità strutturali rispetto al rischio di essere semplicemente tagliati fuori da infrastrutture essenziali” ha dichiarato Alba Ribera Martínez, direttrice editoriale dello Stanford Computational Antitrust Project, iniziativa che riunisce autorità antitrust e accademici. Ribera Martínez ha però sottolineato che l’Europa necessita di investimenti enormi per competere nel settore delle infrastrutture cloud: “Esiste un gap di investimenti di 1.000 miliardi di euro rispetto agli Stati Uniti”.

Secondo altre fonti direttamente a conoscenza della questione, la bozza della legislazione europea dovrebbe limitare, ma non bloccare completamente, l’accesso di Amazon, Microsoft e Google al mercato cloud europeo, in particolare nei progetti sensibili di appalto pubblico.

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