CDP, KKR e Macquarie alla ricerca di una soluzione per uno sviluppo integrato della fibra in Italia

La partita della rete in fibra in Italia entra in una nuova fase. Dopo mesi di tensioni, ricorsi alla Commissione Europea e stalli negoziali, FiberCop e Open Fiber starebbero discutendo i termini di un possibile accordo commerciale capace di rimettere in moto il piano di copertura broadband nazionale. Lo riferiscono tre fonti vicine al dossier riportate da Reuters, delineando uno scenario in cui la logica della collaborazione operativa prende il posto (almeno per ora) di quella della fusione societaria.
Due anni fa FiberCop è andata incontro a una delle operazioni più rilevanti mai realizzate dal fondo americano KKR in Europa, con un buyout da 19 miliardi di euro che ha consentito all’ex rete in rame e fibra di Telecom Italia di separarsi dal gruppo operatore e di trasformarsi in un’infrastruttura indipendente. Il governo italiano partecipa direttamente a FiberCop con una quota del 16%, mentre KKR ne controlla la maggioranza (38%).
Dall’altro lato, Open Fiber è saldamente in mano pubblica attraverso CDP Equity (gruppo Cassa Depositi e Prestiti) che detiene il 60% della società, mentre il fondo australiano Macquarie Asset Management (tramite Fibre Networks Holdings) detiene il 40%.
Un tentativo di fusione naufragato
L’idea di unire le due reti in un unico operatore nazionale aveva trovato terreno fertile a livello politico, con il governo italiano che premeva per una consolidazione che evitasse la duplicazione degli investimenti infrastrutturali. KKR, però, non aveva mai accettato le valutazioni proposte per la propria partecipazione e le preoccupazioni sul rating del debito avevano ulteriormente complicato le trattative. La situazione era degenerata in autunno, quando FiberCop aveva depositato un esposto formale presso la Commissione Europea, accusando il governo italiano di aver erogato aiuti di Stato irregolari a favore di Open Fiber in violazione delle norme comunitarie sulla concorrenza.
Ciò che emerge oggi è un cambio di postura da entrambe le parti. Roma ha riconosciuto, secondo le fonti, che le condizioni per una fusione non sono attualmente sussistenti. Il Ministero dell’Economia avrebbe quindi orientato il confronto verso soluzioni alternative, chiedendo ai due operatori e ai rispettivi azionisti di trovare un’intesa che faccia avanzare la copertura senza replicare inutilmente infrastrutture costose nelle stesse aree.
Lo schema in discussione prevede una divisione del lavoro relativamente netta. FiberCop si occuperebbe della costruzione della rete in fibra nelle cosiddette aree “grigie”, ovvero zone che ancora non dispongono di connettività ultra-veloce ma che non rientrano nei piani di finanziamento pubblico e che rappresentano quindi il segmento commercialmente più complesso da aggredire.
Open Fiber, al contrario, manterrebbe il ruolo di unico operatore full-fibre nelle aree remote a contribuzione pubblica, dove la redditività non è sufficiente ad attrarre investimenti privati. A completare l’architettura, i due operatori si garantirebbero reciprocamente l’accesso alle rispettive infrastrutture, creando una rete di interconnessione che ridurrebbe i costi complessivi di dispiegamento.
Nelle aree urbane e semi-urbane dove le due reti già coesistono e si fronteggiano direttamente, la concorrenza resterebbe invece intatta. Un punto non trascurabile per l’Antitrust, che potrebbe comunque intervenire con misure correttive qualora l’accordo configurasse posizioni dominanti nelle zone oggetto della nuova suddivisione.
Per KKR, un’intesa commerciale con Open Fiber avrebbe implicazioni dirette sulla strategia di uscita dall’investimento. Due delle fonti citate da Reuters indicano infatti che un accordo stabile con il governo e con la controparte renderebbe più percorribile l’ipotesi di una quotazione parziale in borsa di FiberCop, ipotesi che il fondo americano starebbe considerando a partire dal 2028 come prima data utile. Una IPO richiede visibilità sui flussi di cassa futuri e un quadro regolatorio stabile ed entrambi gli elementi diventano più solidi in presenza di un accordo strutturato con il principale operatore concorrente.
Sullo sfondo rimane il dato che rende urgente ogni decisione considerando che l’Italia copre solo circa il 70% delle abitazioni con la fibra, un valore inferiore alla media europea. Per le imprese, in particolare le PMI distribuite sul territorio nazionale, questa lacuna si traduce in vincoli reali alla digitalizzazione dei processi, con effetti diretti sulla competitività. Un accordo tra FiberCop e Open Fiber, per quanto complesso e ancora in divenire, è forse l’unica strada rimasta per colmare quel gap senza attendere un’altra legislatura.
(Immagine in apertura: Shutterstock)

