Nela notte tra domenica e lunedì, il chatbot di DeepSeek è rimasto inaccessibile per circa sette ore consecutive. Si tratta del blackout più lungo registrato dalla piattaforma cinese da quando, all’inizio del 2025, i suoi modelli linguistici erano diventati virali in tutto il mondo.

Secondo i registri ufficiali della piattaforma e i report degli utenti, il servizio è andato offline la sera di domenica 29 marzo, restando irraggiungibile fino alla mattina di lunedì 30 marzo. Gli ingegneri sono intervenuti nella finestra compresa tra l’una e le nove di mattina, riportando l’accesso al chatbot poco dopo. La pagina di stato dell’azienda ha classificato l’evento come “major outage”, una distinzione significativa considerando che l’interfaccia consumer di DeepSeek non aveva mai registrato interruzioni superiori alle due ore in precedenza.

DeepSeek non ha fornito spiegazioni sulla causa tecnica dell’incidente. Reuters ha ricordato che episodi di questo tipo possono derivare da una vasta gamma di problemi (dai guasti hardware agli errori introdotti durante aggiornamenti software), ma la startup cinese ha preferito limitarsi a comunicare la risoluzione del problema e annunciare un monitoraggio continuativo dei sistemi.

La portata del disservizio si misura anche attraverso i numeri. A febbraio 2026, DeepSeek contava oltre 355 milioni di utenti attivi, una base enorme che nel giro di poche ore si è trovata a dover fare a meno di uno strumento diventato parte integrante della routine lavorativa quotidiana. I social media cinesi si sono rapidamente riempiti di lamentele, con toni che oscillavano tra la frustrazione pratica e qualcosa di più vicino allo smarrimento.

Crediti: Shutterstock

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Un commento in particolare ha catturato l’attenzione e la sintesi dell’umore generale: “Solo quando DeepSeek è andato offline, mi sono reso conto che non sapevo più come lavorare senza di esso.” Una frase che dice molto più di qualsiasi statistica sulla penetrazione degli strumenti AI nella vita professionale contemporanea.

Il vero problema sollevato dall’incidente non riguarda DeepSeek in quanto tale, ma una dinamica strutturale che riguarda l’intero settore. Man mano infatti che i chatbot e le API basate su modelli linguistici diventano componenti essenziali di flussi di lavoro aziendali (dalla scrittura di codice alla ricerca, dalla produzione di contenuti all’automazione di processi), la loro indisponibilità diventa un problema operativo con conseguenze concrete.

DeepSeek non è l’unica piattaforma esposta a questo rischio, ma il suo caso è emblematico perché la sua ascesa è stata rapidissima e costruita in larga parte sulla percezione di un’alternativa competitiva ed economicamente vantaggiosa ai modelli occidentali. Un’interruzione prolungata incrina quella percezione e, soprattutto in un mercato sempre più affollato, può spingere utenti e sviluppatori a rivalutare le proprie scelte infrastrutturali. Ormai la competizione nel settore AI è infatti talmente intensa da rendere anche poche ore di downtime un’occasione per i concorrenti di guadagnare terreno.

L’episodio pone anche una questione più ampia sulla trasparenza, visto che comunicare che il problema è risolto senza spiegarne la causa lascia aperta l’incertezza su quanto sia probabile una ricorrenza. Per gli sviluppatori che integrano le API di DeepSeek in applicazioni di terze parti, non è un dettaglio trascurabile.

(Immagine in apertura: Shutterstock)