Se nei prossimi mesi i prezzi dei PC dovessero continuare a salire, l’aumento del costo delle memorie non sarà l’unica spiegazione. A incidere in modo sempre più concreto sarà anche una scelta industriale precisa con casi piuttosto significativi come quello di Intel. Il colosso tech USA sta infatti riallocando parte della propria capacità produttiva dalle CPU per il mercato consumer ai processori Xeon destinati ai server per l’intelligenza artificiale. La conferma è arrivata direttamente dal management durante la call sui risultati finanziari del quarto trimestre, quando il direttore finanziario David Zinsner ha ammesso che l’azienda ha sottovalutato la domanda per soluzioni data center, trovandosi improvvisamente a corto di capacità.

Secondo Zinsner, solo sei mesi fa (con una previsione che si è rivelata rapidamente errata), i principali hyperscaler avevano comunicato l’intenzione di ridurre gli ordini di processori ad alto numero di core. Tra il terzo e il quarto trimestre la domanda di Xeon è invece cresciuta in modo sensibile, spinta dall’esplosione degli investimenti in infrastrutture IA. Le CPU Xeon 6, in particolare, sono ampiamente utilizzate come processori host in sistemi GPU avanzati come Nvidia DGX B200 e B300, oltre che in molte configurazioni basate sugli acceleratori AMD Instinct. Intel si è così trovata costretta a reagire, spostando quanto più possibile la produzione verso il settore dei data center.

La conseguenza diretta è una riduzione delle risorse destinate al segmento client, soprattutto nella fascia più bassa. Zinsner ha comunque confermato che Intel continuerà a servire il mercato PC, sebbene con un’attenzione crescente ai prodotti di fascia medio-alta, dove i margini sono più elevati. I processori Core di livello superiore diventano così una sorta di cuscinetto industriale, mentre le soluzioni entry-level rischiano di diventare meno disponibili. Per il consumatore finale, questo significa che i PC economici basati su CPU Intel potrebbero diventare più rari o più costosi.

La strategia di Intel non è un caso isolato. L’intera filiera dei semiconduttori sta vivendo una fase di riallocazione delle capacità produttive a favore dell’IA, con grandi produttori di memoria come Micron, SK Hynix e Samsung che stanno affrontando vincoli simili. Negli ultimi mesi, tuti e tre hanno iniziato a destinare le linee più avanzate alla produzione di DRAM ad alto margine e soprattutto di memoria HBM, elemento chiave per acceleratori e server IA. Questo spostamento ha avuto un effetto immediato sul mercato consumer, dove i prezzi delle memorie sono più che triplicati in un arco di tempo relativamente breve.

intel ia

L’aumento dei costi dei componenti, in particolare DRAM e substrati, ha influito direttamente anche sulle valutazioni di Intel. Allocare wafer alla produzione di CPU client diventa meno appetibile se il prezzo finale dei PC, gonfiato dal costo delle memorie, rischia di frenare la domanda. In altre parole, produrre più processori per il mercato consumer ha poco senso se i clienti finali vengono scoraggiati da listini sempre più elevati.

Dal punto di vista operativo, Intel prevede un allentamento delle tensioni sulla capacità a partire dal secondo trimestre dell’attuale esercizio fiscale. L’azienda sta lavorando su più fronti, migliorando le rese produttive e aumentando il throughput dei wafer, oltre a portare online nuovi macchinari nei nodi Intel 7, Intel 3 e nel più avanzato Intel 18A, che riveste un ruolo strategico nel piano di rilancio tecnologico del gruppo.

Un contributo alla normalizzazione dovrebbe arrivare anche dai Core Ultra di terza generazione, nome in codice Panther Lake. Questi chip fanno un uso più intenso del nodo Intel 18A, che al momento è impiegato principalmente per il processore Xeon Clearwater Forest, una soluzione non particolarmente diffusa nei sistemi IA. L’espansione dell’uso di questo nodo potrebbe liberare capacità su altri processi, migliorando la flessibilità complessiva della produzione.

Sul fronte finanziario, il quadro di Intel rimane complesso. Il CEO Lip-Bu Tan ha descritto il quarto trimestre come un passo nella giusta direzione, sottolineando risultati superiori alle previsioni in termini di ricavi, margini ed EPS. Tuttavia, i numeri raccontano una ripresa ancora fragile, con una perdita di 591 milioni di dollari e ricavi in calo del 4% su base annua a 13,7 miliardi. La divisione Foundry continua a rappresentare il principale elemento di pressione, con una perdita operativa trimestrale di 2,5 miliardi.

Il confronto con l’anno precedente mostra comunque un miglioramento netto. Nel 2025, le perdite si sono ridotte a 267 milioni su ricavi per 52,9 miliardi, lontanissime dal rosso da 18,8 miliardi del 2024 che aveva segnato uno dei momenti più difficili nella storia recente del gruppo e aperto la strada al cambio di leadership. Per il primo trimestre del 2026, Intel prevede ricavi compresi tra 11,7 e 12,7 miliardi di dollari, in un contesto in cui l’equilibrio tra PC tradizionali e infrastrutture per l’intelligenza artificiale continuerà a definire le scelte strategiche dell’azienda.

(Immagine in apertura: Shutterstock)