L’intelligenza artificiale continua a occupare il centro del dibattito strategico nelle grandi imprese, ma i numeri raccontano una storia molto meno entusiasmante rispetto alla narrazione dominante. Un’ampia indagine condotta da PwC su oltre 4.400 CEO evidenzia infatti un dato difficile da ignorare, con più della metà degli intervistati che dichiara di non aver registrato né un aumento dei ricavi né una riduzione dei costi a seguito degli investimenti in IA. Un risultato che raffredda ulteriormente l’entusiasmo attorno a una tecnologia spesso presentata come leva immediata di efficienza e crescita.

I benefici concreti dell’intelligenza artificiale, almeno per ora, restano confinati a una minoranza. Solo una piccola percentuale di CEO afferma infatti di aver ottenuto contemporaneamente un miglioramento dei margini e una crescita del fatturato dall’implementazione dell’IA. Una quota più ampia segnala qualche risparmio operativo, ma a fronte di costi che, in molti casi, sono aumentati invece di diminuire. È il segnale di una fase ancora immatura, in cui l’adozione dell’IA genera complessità organizzativa, spese infrastrutturali e oneri di integrazione superiori ai ritorni nel breve periodo.

Anche guardando agli ambiti applicativi più citati, il quadro non cambia radicalmente. Marketing, assistenza clienti e sviluppo prodotto vengono spesso indicati come casi d’uso prioritari, ma l’adozione estesa dell’IA rimane limitata. Nella maggior parte delle aziende, l’intelligenza artificiale è ancora confinata a sperimentazioni circoscritte, proof of concept o iniziative verticali che faticano a incidere sui processi core. Questa frammentazione si riflette anche sul lavoro quotidiano (solo una minoranza dei dipendenti che utilizza strumenti di IA generativa con continuità), a dimostrazione di un divario persistente tra ambizione strategica e realtà operativa.

CEO IA

Di fronte a questi risultati sull’IA non proprio esaltanti, PwC non invita i CEO alla prudenza, ma paradossalmente a un impegno ancora maggiore. Secondo la società di consulenza, il problema infatti non sarebbe l’IA in sé, bensì il modo in cui viene implementata. Progetti isolati e tattici, spesso avviati per inseguire il trend del momento, difficilmente producono valore misurabile. I ritorni significativi, nella visione di PwC, emergono solo quando l’intelligenza artificiale viene integrata su scala aziendale, in coerenza con la strategia complessiva e supportata da una base tecnologica adeguata.

Questa posizione solleva però più di un interrogativo. Per loro natura, i progetti pilota nascono proprio per limitare il rischio, testare ipotesi e valutare l’impatto prima di investimenti estesi. Se anche queste iniziative non riescono a dimostrare benefici tangibili, la raccomandazione di procedere comunque con implementazioni su larga scala appare quantomeno controintuitiva. Il confine tra visione strategica e atto di fede diventa quindi molto sottile, soprattutto quando si attribuisce l’insuccesso alla mancanza di “fondamenta” adeguate o di una cultura aziendale sufficientemente aperta all’IA.

Nel dettaglio, PwC individua una serie di prerequisiti per scalare l’IA in modo efficace: ambienti tecnologici pronti all’integrazione, roadmap chiare, processi strutturati di gestione del rischio e un’organizzazione predisposta al cambiamento. Elementi condivisibili in linea teorica, ma che rischiano di trasformarsi in una spiegazione onnicomprensiva per qualsiasi fallimento. Se i risultati non arrivano, il problema diventa la preparazione dell’azienda, mai la promessa della tecnologia.

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Le evidenze empiriche provenienti dal mondo accademico e da studi indipendenti rafforzano questo scetticismo. Una recente ricerca del MIT indica che solo una piccola frazione delle imprese è riuscita a implementare l’IA su larga scala con successo, mentre la stragrande maggioranza non ha ottenuto alcun ritorno misurabile. Altri studi recenti mostrano benefici marginali in contesti molto specifici come l’uso di chatbot nel settore assicurativo, dove il risparmio di tempo per operatore si traduce in pochi minuti al giorno. Dati che difficilmente giustificano l’attuale corsa agli investimenti infrastrutturali per l’IA valutata in migliaia di miliardi di dollari.

Il contesto macroeconomico e geopolitico contribuisce ulteriormente a complicare il quadro. La stessa PwC rileva come la fiducia dei CEO sia scesa ai minimi degli ultimi cinque anni, con una quota sempre più ridotta di dirigenti ottimisti sulle prospettive di crescita dei ricavi. A pesare sono tensioni internazionali, rischi cyber in aumento e un clima di incertezza che rende più difficile valutare il ritorno di investimenti tecnologici di lungo periodo.

Le politiche commerciali (dazi in primis) rappresentano un ulteriore fattore di pressione, in particolare per le aziende esposte al mercato statunitense. Molti dirigenti temono un impatto diretto sui margini nel prossimo futuro, mentre l’instabilità normativa rende complessa qualsiasi pianificazione strategica. In questo scenario, PwC avverte che le imprese che rinviano investimenti significativi a causa dell’incertezza geopolitica tendono a sottoperformare rispetto ai concorrenti in termini di crescita e redditività.

(Immagine in apertura: Shutterstock)