La grande scommessa dell’IA: ecco perché il conto da trilioni di dollari peserà su software e cloud

La corsa globale all’intelligenza artificiale ha superato una soglia psicologica e finanziaria che cambia radicalmente il modo in cui il settore tecnologico guarda al futuro. Secondo le ultime stime di Gartner, la spesa complessiva per l’IA raggiungerà quest’anno i 2,52 trilioni di dollari, con un incremento del 44% rispetto al dato rivisto del 2025. Una cifra che solo pochi mesi fa appariva più contenuta e che ora racconta un’accelerazione difficile da ignorare sia per i volumi in gioco, sia per la distribuzione reale dei costi.
Dietro questa crescita si nasconde una dinamica particolare. Nel breve periodo, il peso economico dell’espansione dell’AI non ricadrà infatti principalmente sulle aziende utilizzatrici, ma sui fornitori di software e sui grandi operatori cloud. Dopotutto, gli hyperscaler stanno investendo somme enormi in data center, server e infrastrutture specializzate, con l’obiettivo di costruire le fondamenta di quello che viene già descritto come il prossimo super ciclo tecnologico. È una scommessa che guarda lontano, ma che nel presente genera bilanci sotto pressione.
John-David Lovelock, Distinguished VP Analyst di Gartner, descrive questo momento come una fase di transizione obbligata. I fornitori stanno anticipando la domanda futura, accollandosi costi che non trovano ancora un corrispettivo diretto nei ricavi. Nel frattempo, il mercato consumer continua ad assorbire prodotti e servizi abilitati dall’IA con entusiasmo, dagli smartphone ai PC fino alle applicazioni creative e di intrattenimento. Questo entusiasmo, però, non si traduce automaticamente in ritorni finanziari proporzionati agli investimenti infrastrutturali.
Sul fronte enterprise, il quadro è ancora più complesso. I decisori IT e i consigli di amministrazione chiedono soluzioni basate sull’intelligenza artificiale, spesso senza una visione chiara degli obiettivi di business. Il risultato è quello che Gartner definisce senza mezzi termini un “trough of disillusionment”, ovvero una fase di disincanto in cui fino al 90% dei progetti IA non arriva a una reale messa in produzione o viene abbandonato lungo il percorso. Dopo una stagione di sperimentazioni diffuse, il settore sta entrando in una fase di selezione naturale.
Questa maturazione forzata porta con sé una domanda sempre più pressante: dove sono i ricavi? L’IA smette di essere percepita come una promessa futuristica e viene giudicata sulla base della capacità di generare valore concreto. È un passaggio fisiologico in ogni grande ondata tecnologica, ma che qui assume dimensioni amplificate dalla scala degli investimenti. Gartner prevede che la spesa complessiva arriverà a 4,7 trilioni di dollari entro il 2029, ma nel frattempo qualcuno deve sostenere il peso della costruzione.
Ecco perché le aziende stanno rivedendo il loro approccio. Invece di tentare di assemblare piattaforme IA complesse combinando tecnologie di terze parti, molte organizzazioni preferiscono affidarsi ai fornitori software già presenti nei loro ecosistemi. La fiducia negli incumbent diventa un fattore decisivo, soprattutto quando l’obiettivo è ridurre il rischio di progetto e accelerare il time to value.
Lovelock sottolinea come questa tendenza favorisca i grandi player del software enterprise, che stanno integrando agenti e funzionalità di IA generativa direttamente nei loro prodotti. Salesforce rappresenta un esempio emblematico con Einstein, l’integrazione di modelli come ChatGPT e l’evoluzione verso soluzioni agent-based già incorporate nel portafoglio applicativo. Per molti clienti, queste funzionalità arrivano come parte di aggiornamenti ordinari, riducendo la percezione di un costo aggiuntivo immediato.
Questa strategia comporta sacrifici nel breve termine. Lo stesso management di Salesforce ha ammesso di accettare contratti a prezzo fisso sugli agenti IA anche a fronte di margini negativi iniziali. La logica è chiaramente di lungo periodo. Una volta infatti consolidata la relazione con il cliente, le opportunità di monetizzazione futura diventano molteplici, seppur distribuite su un orizzonte temporale di decenni.
Secondo Gartner, questo comportamento è condiviso da gran parte dei vendor SaaS. Accettare perdite temporanee sull’IA viene insomma visto come un investimento necessario per difendere le proprie posizioni di mercato. Ecco perché la presenza dell’intelligenza artificiale nei prodotti non è più un elemento differenziante, ma una condizione minima di sopravvivenza competitiva. Non bisogna quindi stupirsi che già quest’anno oltre metà della spesa in software applicativo enterprise sia destinata a soluzioni che includono funzionalità di AI generativa. In assenza di queste capacità, le aspettative di crescita per un fornitore diventano rapidamente negative.
Il messaggio che emerge dalle analisi di Gartner è che il mercato del software enterprise senza IA è strutturalmente in contrazione e che l’intelligenza artificiale, smettendo di essere una linea di business separata, diventa l’asse portante su cui si gioca la sostenibilità futura dell’intero settore tecnologico.
(Immagine in apertura: Shutterstock)

