L’arrivo di ChatGPT Go negli Stati Uniti segna un passaggio simbolico e strategico per OpenAI. Il piano di abbonamento più economico dell’azienda, già disponibile da mesi in oltre 170 Paesi (in Italia costa 8 euro al mese), entra ora nel mercato USA e soprattutto anticipa un cambiamento più profondo nel modello di business con l’introduzione della pubblicità all’interno dell’esperienza conversazionale.

Una scelta che riguarda non soltanto la versione Go, ma anche il livello gratuito, destinato a diventare il principale bacino di sperimentazione per gli annunci. La conferma è arrivata direttamente da Fidji Simo, alla guida della divisione applicazioni di OpenAI, che ha chiarito come i test pubblicitari partiranno a breve negli Stati Uniti.

Con questa mossa, OpenAI vuole chiaramente ampliare l’accesso agli strumenti di intelligenza artificiale, riducendo i limiti di utilizzo senza costringere tutti a un abbonamento. I piani Pro, Business ed Enterprise restano invece esclusi dalla pubblicità, rafforzando una distinzione netta tra utenti premium e platea generalista.

I numeri aiutano a comprendere perché OpenAI stia percorrendo questa strada. A metà 2025, soltanto una quota ridotta degli utenti settimanali (circa il 5%) pagava per i piani Plus o Pro. Le proiezioni a lungo termine indicano una crescita, ma comunque limitata rispetto all’espansione complessiva della base utenti, che potrebbe superare i due miliardi entro la fine del decennio. In questo contesto, sostenere infrastrutture, ricerca e sviluppo esclusivamente con gli abbonamenti appare poco realistico.

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Il peso finanziario della strategia di OpenAI è infatti imponente. L’azienda ha assunto impegni di spesa che superano il trilione di dollari nella corsa verso una forma ancora indefinita di intelligenza artificiale generale. Le perdite operative, emerse anche nei documenti finanziari di Microsoft, raccontano di un modello che brucia capitale a ritmi difficili da mantenere nel lungo periodo. La pubblicità, per quanto controversa, emerge quindi come una delle poche leve disponibili per garantire continuità.

Guardando al mercato digitale, la tentazione è comprensibile. La raccolta pubblicitaria online genera ricavi trimestrali nell’ordine di decine di miliardi per colossi come Google e Meta. ChatGPT, dal canto suo, dispone di un vantaggio qualitativo rilevante rappresentato dall’accesso a interazioni estremamente intime. Gli utenti si affidano al chatbot per scrivere codice, chiarire dubbi personali, cercare conforto emotivo o simulare conversazioni che sconfinano nell’ambito terapeutico. Questo livello di prossimità rende il potenziale pubblicitario particolarmente delicato.

Simo ha cercato di rassicurare su questo fronte, ribadendo che gli annunci non influenzeranno le risposte generate dal modello e saranno chiaramente identificabili. La promessa è infatti quella di una pubblicità “utile”, contestualizzata ma separata dal contenuto informativo, con esclusioni esplicite per minori e per temi sensibili come salute e politica. A ciò si aggiunge l’impegno a non condividere le conversazioni con gli inserzionisti e a non vendere dati personali, lasciando agli utenti un certo grado di controllo sulla personalizzazione.

Queste affermazioni, tuttavia, si collocano in un terreno già ampiamente esplorato da altre piattaforme tecnologiche. Anche Google e Meta hanno sempre sostenuto di non vendere dati, pur basando i loro imperi pubblicitari sull’uso intensivo delle informazioni comportamentali. Le definizioni giuridiche, come quelle previste dal California Consumer Privacy Act, mostrano quanto il concetto di “vendita” possa essere elastico e dipendente dal contesto e dal consenso.

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Secondo Miranda Bogen del Center for Democracy and Technology, il problema non si esaurisce nella condivisione diretta dei dati. I modelli economici fondati sulla pubblicità mirata introducono incentivi strutturali che rischiano di entrare in conflitto con la tutela della privacy. Quando uno strumento viene utilizzato come consigliere, assistente o compagno digitale, il confine tra supporto e sfruttamento della fiducia diventa sottile e la storia dei social media offre esempi abbondanti di come questa dinamica possa produrre effetti collaterali significativi.

Intanto, il settore sta ancora cercando una formula efficace per integrare annunci e intelligenza artificiale conversazionale. Meta, ad esempio, ha scelto di fondere profondamente l’IA con il proprio ecosistema pubblicitario, arrivando a usare immagini generate automaticamente nelle campagne. Altri tentativi, come quello di Perplexity nel campo della ricerca assistita da IA, hanno incontrato difficoltà operative e commerciali, al punto da sospendere l’acquisizione di nuovi inserzionisti dopo l’uscita del responsabile advertising.

Resta infine il tema del controllo da parte degli utenti. Chi utilizzerà ChatGPT attraverso un browser, potrebbe affidarsi a strumenti di ad blocking, già dichiarati efficaci contro i primi formati sperimentali. Diverso il discorso per le applicazioni desktop proprietarie, dove l’integrazione degli annunci potrebbe risultare più difficile da aggirare. Anche questo aspetto contribuirà a definire il rapporto di forza tra piattaforma e pubblico, in una fase in cui l’IA sta passando rapidamente da servizio sperimentale a infrastruttura quotidiana.

(Immagine in apertura: Shutterstock)