Quasi tutti i dirigenti italiani vogliono investire di più nell’IA e nella formazione, dice lo studio “Pulse of change” di Accenture

L’inizio del 2026 viene descritto dai dirigenti europei come una fase di transizione carica di incertezze strutturali, ma anche di opportunità concrete. È questo il quadro che emerge dall’ultima edizione della ricerca Pulse of Change di Accenture, pubblicata in prossimità del World Economic Forum di Davos. A colpire è sia il livello di ottimismo sulla crescita, sorprendentemente elevato in un contesto segnato da tensioni geopolitiche, volatilità economica e accelerazione tecnologica, sia la centralità ormai assunta dall’intelligenza artificiale come leva strategica strutturale.
In Europa, la larga maggioranza dei leader si aspetta che il 2026 continui a essere caratterizzato da cambiamenti intensi e multidimensionali. Questo non sembra però tradursi in una postura difensiva. Al contrario, le aspettative sui ricavi migliorano in modo netto rispetto a pochi mesi fa, segnalando una rinnovata fiducia nella capacità delle organizzazioni di adattarsi e crescere. Il dato italiano è particolarmente indicativo visto che l’ottimismo supera la media continentale, suggerendo che il tessuto imprenditoriale nazionale percepisce il cambiamento più come un fattore da governare che come una minaccia da subire.
L’elemento che più di ogni altro sostiene questa fiducia è l’intelligenza artificiale. Per la grande maggioranza delle organizzazioni europee, l’IA rappresenta una priorità di investimento nel 2026, con un’accelerazione ancora più marcata in Paesi come l’Italia e la Germania. Ciò che emerge con chiarezza è un cambio di paradigma, per il quale l’IA non viene più letta prevalentemente come strumento di efficientamento o riduzione dei costi, ma come motore diretto di crescita dei ricavi. Un passaggio che indica una maturazione dell’approccio manageriale, che inizia a riconoscere il valore trasformativo dell’IA nei modelli di business, nei prodotti e nei servizi.
Nel contesto italiano, l’attenzione agli investimenti tecnologici si accompagna a una maggiore consapevolezza sul tema delle competenze. Una quota significativa di dirigenti dichiara infatti l’intenzione di puntare su programmi di upskilling e reskilling, con un’intensità superiore alla media europea. È un segnale rilevante, perché riconosce implicitamente che la tecnologia, da sola, non è sufficiente. Senza una forza lavoro in grado di comprenderla, governarla e integrarla nei processi quotidiani, l’IA rischia infatti di rimanere confinata a progetti isolati o a iniziative di facciata.
Ed è proprio sul fronte delle persone che il report evidenzia la frattura più delicata. Mentre il top management mostra un elevato livello di fiducia nel potenziale dell’IA, i dipendenti appaiono più cauti e, in molti casi, preoccupati. Solo una parte della forza lavoro europea afferma che l’esperienza diretta con l’IA abbia rafforzato la convinzione del suo impatto positivo sul business. Inoltre, il divario di percezione rispetto ai dirigenti è ampio e segnala un problema di allineamento che va oltre la semplice formazione tecnica.
L’Italia presenta un profilo ambivalente. Da un lato, una percentuale più elevata di dipendenti rispetto alla media europea dichiara di saper utilizzare con sicurezza gli strumenti di intelligenza artificiale e di essere in grado di spiegarli ad altri. Questo suggerisce una diffusione pratica delle tecnologie maggiore di quanto spesso si immagini. Dall’altro lato, questa competenza operativa convive con un senso di incertezza sul futuro professionale e con la percezione di una comunicazione insufficiente da parte della leadership.
Il dato sulla sicurezza del ruolo lavorativo e sulla chiarezza delle indicazioni strategiche è forse il più critico dell’intero studio. Mentre solo una minoranza dei dipendenti europei si sente realmente rassicurata rispetto all’evoluzione del proprio lavoro, ancora meno ritiene che i vertici abbiano spiegato in modo convincente come l’IA e gli agenti digitali modificheranno ruoli, responsabilità e competenze. Uno scollamento che rischia di trasformarsi in resistenza passiva o disimpegno, vanificando parte degli investimenti tecnologici.
Le parole di Mauro Macchi, CEO di Accenture per Europa, Medio Oriente e Africa, sintetizzano il nodo centrale, sottolineando come il valore dell’intelligenza artificiale non risieda esclusivamente negli algoritmi o nelle piattaforme, ma anche nella capacità delle organizzazioni di creare una cultura diffusa che renda le persone parte attiva della trasformazione. Senza questo coinvolgimento, l’IA resta una promessa incompiuta e percepita come una forza esterna piuttosto e non come uno strumento condiviso.
(Immagine in apertura: Shutterstock)

