I lobbysti di Big Tech corteggiano l’estrema destra europea per ammorbidire DSA, DMA e GDPR

Dietro il linguaggio apparentemente neutro della “semplificazione normativa”, in Europa si sta giocando una partita molto più politica e molto meno tecnica di quanto sembri. Il Digital Omnibus, il pacchetto con cui la Commissione europea ha avviato una revisione profonda delle regole digitali, viene presentato come uno strumento per rafforzare la competitività dell’Unione nell’era dell’intelligenza artificiale, ma secondo un nuovo report di Corporate Europe Observatory e LobbyControl il processo che ha portato a questa svolta racconta un’altra storia.
Il punto centrale è l’allineamento sempre più evidente tra le richieste di deregolamentazione avanzate dai grandi gruppi tecnologici statunitensi e le posizioni di una parte crescente dell’estrema destra europea. Google, Microsoft, Meta e altri colossi del settore avrebbero intensificato in modo significativo i contatti con europarlamentari appartenenti a gruppi radicali proprio nei mesi che hanno preceduto la spinta della Commissione sul Digital Omnibus. Un dettaglio che fa capire come stiano cambiando gli equilibri di influenza a Bruxelles.
Dopo le elezioni europee del 2024, l’emiciclo si è popolato di circa 180 eurodeputati riconducibili a formazioni di estrema destra distribuiti in più gruppi. Questi numeri hanno già dimostrato di poter fare la differenza, affiancando il Partito Popolare Europeo nella costruzione di maggioranze trasversali su dossier chiave. È lo stesso schema che potrebbe ripetersi sul Digital Omnibus, come già avvenuto su altri pacchetti normativi.
Secondo i ricercatori, Big Tech ha colto rapidamente l’opportunità. Le posizioni espresse pubblicamente da gruppi come Patriots for Europe o ECR vanno spesso oltre le stesse proposte della Commissione, chiedendo una deregulation ancora più spinta. Un terreno fertile per i colossi tech statunitensi che da anni denunciano il quadro normativo europeo come troppo rigido, soprattutto su privacy, concorrenza e uso dei dati per l’addestramento dei modelli IA.
I numeri del lobbying aiutano a capire meglio la scala del fenomeno. La spesa annuale dell’industria digitale in attività di pressione politica è passata da 113 milioni di euro nel 2023 a 151 milioni oggi, con un aumento di oltre il 30% in due anni. Un investimento che si muove in parallelo a un clima geopolitico sempre più teso, alimentato anche dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e da una retorica apertamente ostile verso la regolazione europea.
Il report sottolinea anche come la deregolamentazione promossa dalla Commissione venga giustificata in nome della competitività, richiamando le linee strategiche attribuite all’agenda Draghi. Il problema, secondo i critici, è che l’effetto concreto rischia di essere l’opposto, ovvero rafforzare ulteriormente la posizione dominante delle aziende statunitensi in mercati già fortemente concentrati. In un contesto del genere, infatti, alleggerire le regole non favorisce nuovi entranti, ma chi ha già scala, dati e capacità di lobbying.
Entrando nel merito delle singole misure, il Digital Omnibus mostra una sorprendente convergenza con le richieste avanzate negli ultimi anni dai principali gruppi di pressione del settore. La revisione del concetto di “legittimo interesse” nel GDPR è uno degli esempi più controversi. Nella nuova impostazione, anche dati altamente sensibili potrebbero essere utilizzati per addestrare modelli di intelligenza artificiale, con margini di opposizione molto più ridotti per i cittadini. Una linea sostenuta apertamente da associazioni come CCIA, DigitalEurope e Dot Europe.
Un altro punto critico riguarda il diritto di accesso ai dati personali. Le aziende potrebbero rifiutare o monetizzare richieste considerate “eccessive” o “abusive”, una posizione che ricalca argomentazioni già avanzate da Google e sostenute anche da alcuni governi nazionali. Sul fronte dell’IA, il rinvio dell’AI Act e l’indebolimento degli obblighi di registrazione per i sistemi ad alto rischio rappresentano un ulteriore passo verso l’autoregolamentazione.
La proposta di consentire alle aziende di auto-valutare il rischio dei propri sistemi apre però scenari delicati. Applicazioni che incidono su ambiti come selezione del personale, credit scoring, sorveglianza o infrastrutture critiche potrebbero rimanere operative più a lungo senza un controllo esterno robusto. Tutto questo mentre il dibattito pubblico è attraversato da casi sempre più frequenti di disinformazione, deepfake e interferenze elettorali amplificate dall’uso disinvolto dell’IA.
Non a caso, il report collega queste scelte normative al contesto politico più ampio. Le stesse forze che spingono per una deregulation aggressiva sono spesso protagoniste nell’uso strumentale di contenuti generati artificialmente per influenzare l’opinione pubblica. Le indagini sull’uso di deepfake da parte di partiti di estrema destra in diversi Paesi europei mostrano come il tema non sia astratto, ma già operativo.
La Commissione respinge le accuse parlando di un processo trasparente e inclusivo e ribadisce che la semplificazione normativa dovrebbe ridurre i costi amministrativi per tutte le imprese europee. Anche i gruppi di lobbying negano un’intensificazione dei rapporti con l’estrema destra. Resta però, come dato politico, una convergenza crescente tra interessi industriali, pressioni geopolitiche e nuove maggioranze parlamentari che rischia di ridefinire in modo profondo l’architettura dei diritti digitali in Europa, proprio mentre il Digital Omnibus si avvicina al voto decisivo nei prossimi mesi.
(Immagine in apertura: Shutterstock)

